Psicologa

La mia storia professionale come psicologa a Bologna

La mia storia professionale come psicologa a Bologna nasce quasi 30 anni fa, tra le chiacchiere, durante una cena con una mia ex compagna di università.

Lei mi parlava di un paio di calze che sembravano fatte per me. Ai tempi, essendo alta e chiamandomi Francesca, rispondevo a diversi nomignoli: si partiva da Franca, poi Franzia, lieve variazione spagnoleggiante, Sfranzia e infine Franzona. Ammetto, quest’ultimo non mi è mai particolarmente piaciuto, ma tant’è. Da buona studentessa di psicologia mi ritrovavo ad avere a che fare con la mia quasi totale mancanza di assertività, su cui ho impiegato ore e ore di terapia personale.

Tornando alla cena, il discorso ruotava intorno a due argomenti che, messi insieme, facevano decisamente a cazzotti. Io le raccontavo di aver sentito che a Bologna un medico utilizzava lo psicodramma con le pazienti anoressiche; lei continuava imperterrita a riportarmi a questi benedetti collant Franzoni.

L’incontro con il reparto DCA del Sant’Orsola di Bologna

Sarebbe finita lì, se non fosse che il giorno dopo — ai tempi esistevano le radiosveglie — mi svegliai proprio con la voce del Professor Franzoni, che parlava del suo lavoro di riabilitazione psichiatrica e psicologica con le persone affette da anoressia presso il reparto DCA dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.

Quella stessa mattina chiamai il reparto — perdonate il gioco di parole — con lo stesso fervore di una suora dopo aver ricevuto la Chiamata.

Dovevo assolutamente infilarmi in quel progetto. Per me era chiaro come il sole.

Così ci entrai come volontaria prima della laurea, poi come tirocinante e infine, dopo varie e naturali peripezie, come psicologa di reparto.

Non smetterò mai di ringraziare il Prof. Franzoni. Quando gli spiegai l’enorme mole di lavoro che mi avrebbe aspettato per la tesi, mi rispose semplicemente:

«E che problema c’è? Qui ci sono i computer e lì le cartelle dei pazienti. Se hai bisogno, chiedi.»

Né dimenticherò mai l’opportunità che mi diede grazie all’associazione Fa.Ne.P di entrare subito in trincea quando, venendo a mancare la psicologa dirigente, disse:

«Mancano le psicologhe? Lei è psicologa!»

Dodici anni fondamentali per la mia formazione come psicologa

E così i primi dodici anni della mia vita professionale sono trascorsi per la maggior parte in reparto, ma anche nei miei due studi, a Bologna e a Ravenna. Sì, perché uno zampino a casa l’ho sempre mantenuto.

Sono stati anni fondamentali, nei quali ho imparato moltissimo su come funziona la psiche quando l’esame di realtà si allontana, quando viene meno la regolazione emotiva e su come sia possibile costruire una bolla di fiducia anche quando la condizione della persona — fisica e, di conseguenza, psicologica — è gravissima.

Sono stati anche anni in cui ho imparato a costruire un linguaggio comune con tutti i membri dell’équipe e a formare le nuove leve della psicologia, sperando ogni volta di lasciare loro una piccola impronta che potesse accompagnarle nel mondo professionale.

Dall’ospedale allo studio di psicoterapia a Bologna

Tutta questa esperienza si è successivamente trasformata nella base sulla quale ho costruito la mia attività privata, che nel tempo è diventata la mia attività principale a Bologna. A Ravenna, parallelamente, per dieci anni ho portato avanti anche uno sportello psicologico presso il liceo classico.

Nel mio studio di Via Bezzecca 13 a Bologna, i primi pazienti arrivarono in un modo che ancora oggi mi fa sorridere: furono i genitori conosciuti in reparto, che di mano in mano si erano passati il mio numero di telefono. E per questo devo probabilmente ringraziare anche l’anonimo collega che, per primo, decise di fornirglielo.

Con gli anni, tuttavia, il mio interesse clinico si è esteso ad altre problematiche: attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, lutto complesso, depressione, disregolazione emotiva e molte altre forme di sofferenza psicologica.

All’inizio il mio principale ambito di lavoro erano naturalmente i disturbi alimentari: anoressia, bulimia e binge eating.


Il mio modo di lavorare oggi

Parallelamente è cambiato e si è arricchito anche il mio modo di fare psicoterapia.

Oggi, grazie alla formazione in approcci orientati anche alla dimensione corporea e alla rielaborazione delle esperienze traumatiche — tra cui EMDR, DBR, terapia degli Stati dell’Io, IFS e mindfulness — considero il problema psicologico non come qualcosa che accade soltanto “nella testa”, ma come il risultato di una dinamica continua tra mente, corpo, storia personale e ambiente.

Il mio obiettivo terapeutico è aiutare la persona a diventare progressivamente più consapevole dei propri stati mentali, emotivi e corporei, a comprenderne il significato e ad acquisire strumenti per poterli regolare e gestire.

In altre parole, diventare sempre più proprietaria consapevole del proprio funzionamento, anziché sentirsi trascinata da qualcosa che accade dentro di sé senza comprenderne il perché.

Ed è forse questo il filo che unisce quella ragazza che una mattina sentì parlare alla radiosveglia di un reparto per i disturbi alimentari alla psicoterapeuta che oggi lavora a Bologna: la curiosità per ciò che accade dentro di noi e la convinzione che comprenderlo possa cambiare profondamente il modo in cui viviamo.

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