Psicologa
Il trauma non ha una divisa
Quando vediamo in televisione una madre che ha perso un figlio, una persona sopravvissuta a una violenza, qualcuno che ha assistito a una tragedia o è stato coinvolto in un evento traumatico, tendiamo inevitabilmente a osservarne il comportamento.
E qualche volta qualcosa ci sembra “stonare”.
I capelli sono appena fatti. Le unghie sono laccate. Il trucco è perfetto. La persona parla con lucidità, risponde alle domande, mantiene una postura composta. Magari non piange. Oppure piange per pochi secondi e subito dopo torna apparentemente controllata.
Ed ecco comparire una domanda, spesso accompagnata da un sospetto:
“Ma come fa a pensare a queste cose, dopo quello che è successo?”
Da qui il passo verso un giudizio può essere molto breve: forse non soffre davvero… Forse sta recitando. Com’é fredda quando parla di quel che é successo! Forse è narcisista… e se nascondesse qualcosa?
Il problema è che stiamo valutando un fenomeno estremamente complesso — la risposta umana al trauma — sulla base di una nostra rappresentazione culturale di come dovrebbe apparire il dolore.
E il dolore reale, molto spesso, non rispetta il copione.
Come immaginiamo una persona traumatizzata
Abbiamo una sorta di sceneggiatura mentale della sofferenza.
Una madre che ha appena perso un figlio dovrebbe essere disperata, spettinata, incapace di occuparsi di sé. Una vittima di violenza dovrebbe apparire fragile, impaurita, emotivamente sconvolta, non ha importanza il suo genere. Una persona profondamente traumatizzata dovrebbe avere difficoltà a parlare con ordine di ciò che è accaduto. Ma quando questo non accade, ecco che percepiamo un’incongruenza. Eppure il comportamento esteriore, da solo, ci dice molto meno di quanto immaginiamo per via di numerosi fattori .
Il trauma può produrre disorganizzazione. Ma può produrre anche iper-organizzazione
Quando pensiamo al trauma immaginiamo soprattutto il crollo: pianto, agitazione, confusione, incapacità di funzionare.
Esiste però anche una risposta apparentemente opposta.
Alcune persone, davanti a qualcosa di emotivamente ingestibile, diventano straordinariamente operative.
Scatta l’organizzazione come tentativo di controllo dell’ambiente esterno in contrasto all’enorme sensazione di importanza.
Telefonano.
Preparano documenti.
Rispondono alle domande.
Sistemano la casa.
Controllano gli orari.
Si vestono con cura.
Vanno dal parrucchiere.
Insomma, funzionare diventa il modo attraverso il quale l’organismo impedisce, almeno temporaneamente, che qualcosa di intollerabile lo travolga.
Il controllo può diventare una diga.
La “parte apparentemente normale”
Una chiave di lettura interessante viene dalla teoria della dissociazione strutturale, che utilizza il concetto di Apparently Normal Part, la “parte apparentemente normale” della personalità.
…Dopo esperienze traumatiche può verificarsi una separazione funzionale tra sistemi orientati alla vita quotidiana e sistemi maggiormente connessi alla memoria traumatica, alle emozioni e alle risposte difensive…
Semplifico altrimenti perdiamo il punto del discorso: nella psiche della persona si forma una parte assolutamente autonoma (e come tutte le parti dotata di proprie credenze sentimenti e sensazioni) totalmente orientata al portare avanti la parte normale della vita ignorando totalmente il trauma sopravvenuto.
La parte orientata alla quotidianità continua a fare ciò che deve essere fatto.
Lavora, compra il pane, accompagna i figli a scuola, risponde al telefono, decide cosa indossare, si presenta agli appuntamenti, puntuale.
Nel frattempo, altre parti traumatiche possono contenere terrore rabbia, disperazione, immagini intrusive, dolore o una sofferenza che in quel momento non può essere pienamente avvicinata. Ma possono irrompere improvvisamente di giorno e di notte, per poi essere ricacciate indietro il prima possibile con manovre di emergenza di cui parlerò nei prossimi articoli.
Ma torniamo al nostro discorso e facciamo un distinguo, ciò che ho descritto fino ad adesso non significa che ogni persona curata nell’aspetto dopo un trauma presenti una dissociazione strutturale.
Significa peró che il funzionamento quotidiano e la sofferenza emotiva possono procedere, almeno temporaneamente, su binari molto diversi.
Il controllo come strategia di sopravvivenza
Per alcune persone la cura dell’aspetto, dell’ambiente o delle proprie abitudini non è semplicemente un fatto estetico. Può rappresentare una forma di continuità identitaria.
“È successo qualcosa che ha distrutto il mio mondo, ma io continuo a essere io.”
Un esempio particolarmente significativo è quello di Nelson Mandela.
Durante i suoi ventisette anni di prigionia Mandela mantenne una quotidianità estremamente disciplinata. Tra le sue abitudini c’era quella di rifarsi personalmente il letto. Una consuetudine apparentemente insignificante che non abbandonò una volta tornato libero: Continuò a rifarsi il letto anche quando divenne Presidente del Sudafrica e durante i suoi viaggi ufficiali negli alberghi più lussuosi.
La sua assistente Jessie Duarte raccontò un episodio avvenuto a Shanghai: Mandela, come era solito fare, si era rifatto il letto. Gli venne spiegato che il personale dell’hotel avrebbe potuto interpretare quel gesto come una critica al proprio lavoro. Mandela chiese allora di parlare con le persone che si occupavano della stanza per spiegare che non aveva nulla a che vedere con la qualità del loro servizio: era semplicemente un’abitudine personale.
È un piccolo episodio, ma racconta qualcosa di importante sul funzionamento umano.
Un gesto mantenuto o consolidato durante una condizione estrema può sopravvivere alla condizione stessa. Non necessariamente perché la persona sia ancora psicologicamente “imprigionata” nel passato, ma perché quel comportamento può essere entrato a far parte del suo modo di organizzarsi, mantenere continuità, disciplina e senso di sé.
Lo stesso principio può aiutarci a comprendere comportamenti che, davanti alla sofferenza, giudichiamo incomprensibili.
Una donna che, dopo una perdita devastante, continua a farsi i capelli ogni settimana potrebbe non essere affatto concentrata sulla propria bellezza. Quell’appuntamento può essere uno dei pochi elementi rimasti della vita precedente. Può rappresentare un illusione di continuità, prevedibilità.. Oppure può essere il luogo nel quale, per un’ora, riesce ancora a sentirsi la persona che era prima che tutto accadesse.
Perché quando avviene un trauma la percezione della propria storia personale cambia. Il tempo si divide in due: prima e dopo il trauma.

Esiste anche lo shock
C’è poi un’altra possibilità che tendiamo a dimenticare.
A volte la persona semplicemente non ha ancora potuto sentire completamente ciò che è accaduto. La prima fase del lutto secondo John Bowlby, padre della Teoria dell’Attaccamento, è proprio la fase dello stordimento, un periodo in cui la consapevolezza della perdita va e viene e non si riesce a credere a quello che é accaduto.
Nelle ore o nei giorni successivi a un evento devastante possono comparire sensazioni di irrealtà, distacco, anestesia emotiva, automatismo.
“Sembrava che stesse succedendo a qualcun altro.”
“Facevo tutto automaticamente.”
“Non riuscivo a piangere.”
“Mi sembrava impossibile che fosse vero.”
Non sono necessariamente segnali di indifferenza. Possono appartenere alle risposte acute allo stress e al trauma.
L’emozione può arrivare dopo.
A volte molto dopo.
Il problema dello “spettatore-investigatore”
La televisione e soprattutto i social hanno amplificato un fenomeno particolare: davanti a una tragedia diventiamo tutti osservatori del comportamento.
Si analizzano espressioni facciali, pause, vestiti, sorrisi, lacrime.
Il rischio è costruire una sorta di macchina della verità emotiva basata su segnali che, in realtà, sono estremamente ambigui.
Non esiste una quantità corretta di lacrime.
Non esiste il volto universale del lutto.
E soprattutto non esiste un’acconciatura compatibile con il dolore e una incompatibile.
Questo significa che il comportamento non conta mai?
No.
In una valutazione psicologica o investigativa seria il comportamento può certamente fornire informazioni. Ma viene inserito in un quadro molto più ampio: storia della persona, contesto, andamento nel tempo, coerenza complessiva, modalità relazionali, funzionamento precedente e successivo all’evento.
Un singolo elemento — il trucco, le unghie, una risata, l’assenza di pianto, un’apparente freddezza — non consente da solo di concludere che qualcuno stia mentendo, che non provi dolore o che presenti una determinata struttura di personalità.
Attribuire automaticamente questi comportamenti al narcisismo è altrettanto improprio..
Il dolore non è una performance
Forse il problema più profondo è che chiediamo inconsapevolmente alle persone traumatizzate di rendere visibile la loro sofferenza in una forma che noi possiamo riconoscere.
Se il dolore appare come ce lo aspettiamo, lo consideriamo autentico.
Se assume una forma diversa, cominciamo a dubitarne.
Ma chi ha subito un trauma non ha il compito di convincerci di stare soffrendo.
C’è chi crolla, chi continua a lavorare, chi parla continuamente dell’accaduto, chi non riesce a parlarne, chi cerca gli altri, chi si isola, e chi smette di occuparsi di sé.
E chi, proprio mentre sente che tutto sta andando in pezzi, dedica ancora più attenzione a ogni piccolo dettaglio controllabile della propria vita.
Per questo, davanti a una persona che ha attraversato qualcosa di terribile, forse la domanda più utile non è:
“Perché non sembra abbastanza distrutta?”
Ma:
“A cosa le sta servendo, in questo momento, riuscire a restare così composta?”
disturbo ossessivo compulsivo”
dott. Francesca Savarino
via della Catalana 3 Ravenna
Via Bezzecca 13 Bologna
3929644949
savarino.francescapsy@gmail.com