Psicologa
Psicologa a Bologna
La mia storia professionale come psicologa a Bologna

La mia storia professionale come psicologa a Bologna nasce quasi 30 anni fa, tra le chiacchiere, durante una cena con una mia ex compagna di università.
Lei mi parlava di un paio di calze che sembravano fatte per me. Ai tempi, essendo alta e chiamandomi Francesca, rispondevo a diversi nomignoli: si partiva da Franca, poi Franzia, lieve variazione spagnoleggiante, Sfranzia e infine Franzona. Ammetto, quest’ultimo non mi è mai particolarmente piaciuto, ma tant’è. Da buona studentessa di psicologia mi ritrovavo ad avere a che fare con la mia quasi totale mancanza di assertività, su cui ho impiegato ore e ore di terapia personale.
Tornando alla cena, il discorso ruotava intorno a due argomenti che, messi insieme, facevano decisamente a cazzotti. Io le raccontavo di aver sentito che a Bologna un medico utilizzava lo psicodramma con le pazienti anoressiche; lei continuava imperterrita a riportarmi a questi benedetti collant Franzoni.
L’incontro con il reparto DCA del Sant’Orsola di Bologna
Sarebbe finita lì, se non fosse che il giorno dopo — ai tempi esistevano le radiosveglie — mi svegliai proprio con la voce del Professor Franzoni, che parlava del suo lavoro di riabilitazione psichiatrica e psicologica con le persone affette da anoressia presso il reparto DCA dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.
Quella stessa mattina chiamai il reparto — perdonate il gioco di parole — con lo stesso fervore di una suora dopo aver ricevuto la Chiamata.
Dovevo assolutamente infilarmi in quel progetto. Per me era chiaro come il sole.
Così ci entrai come volontaria prima della laurea, poi come tirocinante e infine, dopo varie e naturali peripezie, come psicologa di reparto.
Non smetterò mai di ringraziare il Prof. Franzoni. Quando gli spiegai l’enorme mole di lavoro che mi avrebbe aspettato per la tesi, mi rispose semplicemente:
«E che problema c’è? Qui ci sono i computer e lì le cartelle dei pazienti. Se hai bisogno, chiedi.»
Né dimenticherò mai l’opportunità che mi diede grazie all’associazione Fa.Ne.P di entrare subito in trincea quando, venendo a mancare la psicologa dirigente, disse:
«Mancano le psicologhe? Lei è psicologa!»
Dodici anni fondamentali per la mia formazione come psicologa
E così i primi dodici anni della mia vita professionale sono trascorsi per la maggior parte in reparto, ma anche nei miei due studi, a Bologna e a Ravenna. Sì, perché uno zampino a casa l’ho sempre mantenuto.
Sono stati anni fondamentali, nei quali ho imparato moltissimo su come funziona la psiche quando l’esame di realtà si allontana, quando viene meno la regolazione emotiva e su come sia possibile costruire una bolla di fiducia anche quando la condizione della persona — fisica e, di conseguenza, psicologica — è gravissima.
Sono stati anche anni in cui ho imparato a costruire un linguaggio comune con tutti i membri dell’équipe e a formare le nuove leve della psicologia, sperando ogni volta di lasciare loro una piccola impronta che potesse accompagnarle nel mondo professionale.
Dall’ospedale allo studio di psicoterapia a Bologna
Tutta questa esperienza si è successivamente trasformata nella base sulla quale ho costruito la mia attività privata, che nel tempo è diventata la mia attività principale a Bologna. A Ravenna, parallelamente, per dieci anni ho portato avanti anche uno sportello psicologico presso il liceo classico.
Nel mio studio di Via Bezzecca 13 a Bologna, i primi pazienti arrivarono in un modo che ancora oggi mi fa sorridere: furono i genitori conosciuti in reparto, che di mano in mano si erano passati il mio numero di telefono. E per questo devo probabilmente ringraziare anche l’anonimo collega che, per primo, decise di fornirglielo.
Con gli anni, tuttavia, il mio interesse clinico si è esteso ad altre problematiche: attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, lutto complesso, depressione, disregolazione emotiva e molte altre forme di sofferenza psicologica.
All’inizio il mio principale ambito di lavoro erano naturalmente i disturbi alimentari: anoressia, bulimia e binge eating.
Il mio modo di lavorare oggi
Parallelamente è cambiato e si è arricchito anche il mio modo di fare psicoterapia.
Oggi, grazie alla formazione in approcci orientati anche alla dimensione corporea e alla rielaborazione delle esperienze traumatiche — tra cui EMDR, DBR, terapia degli Stati dell’Io, IFS e mindfulness — considero il problema psicologico non come qualcosa che accade soltanto “nella testa”, ma come il risultato di una dinamica continua tra mente, corpo, storia personale e ambiente.
Il mio obiettivo terapeutico è aiutare la persona a diventare progressivamente più consapevole dei propri stati mentali, emotivi e corporei, a comprenderne il significato e ad acquisire strumenti per poterli regolare e gestire.
In altre parole, diventare sempre più proprietaria consapevole del proprio funzionamento, anziché sentirsi trascinata da qualcosa che accade dentro di sé senza comprenderne il perché.
Ed è forse questo il filo che unisce quella ragazza che una mattina sentì parlare alla radiosveglia di un reparto per i disturbi alimentari alla psicoterapeuta che oggi lavora a Bologna: la curiosità per ciò che accade dentro di noi e la convinzione che comprenderlo possa cambiare profondamente il modo in cui viviamo.
I miei nuovi strumenti per affrontare il disagio psicologico e il trauma
Dott.ssa Francesca Savarino
tel 3929644949
savarino.francescapsy@gmail.com
Psicologa
Il trauma non ha una divisa
Il trauma non ha una divisa
Quando vediamo in televisione una madre che ha perso un figlio, una persona sopravvissuta a una violenza, qualcuno che ha assistito a una tragedia o è stato coinvolto in un evento traumatico, tendiamo inevitabilmente a osservarne il comportamento.
E qualche volta qualcosa ci sembra “stonare”.
I capelli sono appena fatti. Le unghie sono laccate. Il trucco è perfetto. La persona parla con lucidità, risponde alle domande, mantiene una postura composta. Magari non piange. Oppure piange per pochi secondi e subito dopo torna apparentemente controllata.
Ed ecco comparire una domanda, spesso accompagnata da un sospetto:
“Ma come fa a pensare a queste cose, dopo quello che è successo?”
Da qui il passo verso un giudizio può essere molto breve: forse non soffre davvero… Forse sta recitando. Com’é fredda quando parla di quel che é successo! Forse è narcisista… e se nascondesse qualcosa?
Il problema è che stiamo valutando un fenomeno estremamente complesso — la risposta umana al trauma — sulla base di una nostra rappresentazione culturale di come dovrebbe apparire il dolore.
E il dolore reale, molto spesso, non rispetta il copione.
Come immaginiamo una persona traumatizzata
Abbiamo una sorta di sceneggiatura mentale della sofferenza.
Una madre che ha appena perso un figlio dovrebbe essere disperata, spettinata, incapace di occuparsi di sé. Una vittima di violenza dovrebbe apparire fragile, impaurita, emotivamente sconvolta, non ha importanza il suo genere. Una persona profondamente traumatizzata dovrebbe avere difficoltà a parlare con ordine di ciò che è accaduto. Ma quando questo non accade, ecco che percepiamo un’incongruenza. Eppure il comportamento esteriore, da solo, ci dice molto meno di quanto immaginiamo per via di numerosi fattori .
Il trauma può produrre disorganizzazione. Ma può produrre anche iper-organizzazione
Quando pensiamo al trauma immaginiamo soprattutto il crollo: pianto, agitazione, confusione, incapacità di funzionare.
Esiste però anche una risposta apparentemente opposta.
Alcune persone, davanti a qualcosa di emotivamente ingestibile, diventano straordinariamente operative.
Scatta l’organizzazione come tentativo di controllo dell’ambiente esterno in contrasto all’enorme sensazione di importanza.
Telefonano.
Preparano documenti.
Rispondono alle domande.
Sistemano la casa.
Controllano gli orari.
Si vestono con cura.
Vanno dal parrucchiere.
Insomma, funzionare diventa il modo attraverso il quale l’organismo impedisce, almeno temporaneamente, che qualcosa di intollerabile lo travolga.
Il controllo può diventare una diga.
La “parte apparentemente normale”
Una chiave di lettura interessante viene dalla teoria della dissociazione strutturale, che utilizza il concetto di Apparently Normal Part, la “parte apparentemente normale” della personalità.
…Dopo esperienze traumatiche può verificarsi una separazione funzionale tra sistemi orientati alla vita quotidiana e sistemi maggiormente connessi alla memoria traumatica, alle emozioni e alle risposte difensive…
Semplifico altrimenti perdiamo il punto del discorso: nella psiche della persona si forma una parte assolutamente autonoma (e come tutte le parti dotata di proprie credenze sentimenti e sensazioni) totalmente orientata al portare avanti la parte normale della vita ignorando totalmente il trauma sopravvenuto.
La parte orientata alla quotidianità continua a fare ciò che deve essere fatto.
Lavora, compra il pane, accompagna i figli a scuola, risponde al telefono, decide cosa indossare, si presenta agli appuntamenti, puntuale.
Nel frattempo, altre parti traumatiche possono contenere terrore rabbia, disperazione, immagini intrusive, dolore o una sofferenza che in quel momento non può essere pienamente avvicinata. Ma possono irrompere improvvisamente di giorno e di notte, per poi essere ricacciate indietro il prima possibile con manovre di emergenza di cui parlerò nei prossimi articoli.
Ma torniamo al nostro discorso e facciamo un distinguo, ciò che ho descritto fino ad adesso non significa che ogni persona curata nell’aspetto dopo un trauma presenti una dissociazione strutturale.
Significa peró che il funzionamento quotidiano e la sofferenza emotiva possono procedere, almeno temporaneamente, su binari molto diversi.
Il controllo come strategia di sopravvivenza
Per alcune persone la cura dell’aspetto, dell’ambiente o delle proprie abitudini non è semplicemente un fatto estetico. Può rappresentare una forma di continuità identitaria.
“È successo qualcosa che ha distrutto il mio mondo, ma io continuo a essere io.”
Un esempio particolarmente significativo è quello di Nelson Mandela.
Durante i suoi ventisette anni di prigionia Mandela mantenne una quotidianità estremamente disciplinata. Tra le sue abitudini c’era quella di rifarsi personalmente il letto. Una consuetudine apparentemente insignificante che non abbandonò una volta tornato libero: Continuò a rifarsi il letto anche quando divenne Presidente del Sudafrica e durante i suoi viaggi ufficiali negli alberghi più lussuosi.
La sua assistente Jessie Duarte raccontò un episodio avvenuto a Shanghai: Mandela, come era solito fare, si era rifatto il letto. Gli venne spiegato che il personale dell’hotel avrebbe potuto interpretare quel gesto come una critica al proprio lavoro. Mandela chiese allora di parlare con le persone che si occupavano della stanza per spiegare che non aveva nulla a che vedere con la qualità del loro servizio: era semplicemente un’abitudine personale.
È un piccolo episodio, ma racconta qualcosa di importante sul funzionamento umano.
Un gesto mantenuto o consolidato durante una condizione estrema può sopravvivere alla condizione stessa. Non necessariamente perché la persona sia ancora psicologicamente “imprigionata” nel passato, ma perché quel comportamento può essere entrato a far parte del suo modo di organizzarsi, mantenere continuità, disciplina e senso di sé.
Lo stesso principio può aiutarci a comprendere comportamenti che, davanti alla sofferenza, giudichiamo incomprensibili.
Una donna che, dopo una perdita devastante, continua a farsi i capelli ogni settimana potrebbe non essere affatto concentrata sulla propria bellezza. Quell’appuntamento può essere uno dei pochi elementi rimasti della vita precedente. Può rappresentare un illusione di continuità, prevedibilità.. Oppure può essere il luogo nel quale, per un’ora, riesce ancora a sentirsi la persona che era prima che tutto accadesse.
Perché quando avviene un trauma la percezione della propria storia personale cambia. Il tempo si divide in due: prima e dopo il trauma.

Esiste anche lo shock
C’è poi un’altra possibilità che tendiamo a dimenticare.
A volte la persona semplicemente non ha ancora potuto sentire completamente ciò che è accaduto. La prima fase del lutto secondo John Bowlby, padre della Teoria dell’Attaccamento, è proprio la fase dello stordimento, un periodo in cui la consapevolezza della perdita va e viene e non si riesce a credere a quello che é accaduto.
Nelle ore o nei giorni successivi a un evento devastante possono comparire sensazioni di irrealtà, distacco, anestesia emotiva, automatismo.
“Sembrava che stesse succedendo a qualcun altro.”
“Facevo tutto automaticamente.”
“Non riuscivo a piangere.”
“Mi sembrava impossibile che fosse vero.”
Non sono necessariamente segnali di indifferenza. Possono appartenere alle risposte acute allo stress e al trauma.
L’emozione può arrivare dopo.
A volte molto dopo.
Il problema dello “spettatore-investigatore”
La televisione e soprattutto i social hanno amplificato un fenomeno particolare: davanti a una tragedia diventiamo tutti osservatori del comportamento.
Si analizzano espressioni facciali, pause, vestiti, sorrisi, lacrime.
Il rischio è costruire una sorta di macchina della verità emotiva basata su segnali che, in realtà, sono estremamente ambigui.
Non esiste una quantità corretta di lacrime.
Non esiste il volto universale del lutto.
E soprattutto non esiste un’acconciatura compatibile con il dolore e una incompatibile.
Questo significa che il comportamento non conta mai?
No.
In una valutazione psicologica o investigativa seria il comportamento può certamente fornire informazioni. Ma viene inserito in un quadro molto più ampio: storia della persona, contesto, andamento nel tempo, coerenza complessiva, modalità relazionali, funzionamento precedente e successivo all’evento.
Un singolo elemento — il trucco, le unghie, una risata, l’assenza di pianto, un’apparente freddezza — non consente da solo di concludere che qualcuno stia mentendo, che non provi dolore o che presenti una determinata struttura di personalità.
Attribuire automaticamente questi comportamenti al narcisismo è altrettanto improprio..
Il dolore non è una performance
Forse il problema più profondo è che chiediamo inconsapevolmente alle persone traumatizzate di rendere visibile la loro sofferenza in una forma che noi possiamo riconoscere.
Se il dolore appare come ce lo aspettiamo, lo consideriamo autentico.
Se assume una forma diversa, cominciamo a dubitarne.
Ma chi ha subito un trauma non ha il compito di convincerci di stare soffrendo.
C’è chi crolla, chi continua a lavorare, chi parla continuamente dell’accaduto, chi non riesce a parlarne, chi cerca gli altri, chi si isola, e chi smette di occuparsi di sé.
E chi, proprio mentre sente che tutto sta andando in pezzi, dedica ancora più attenzione a ogni piccolo dettaglio controllabile della propria vita.
Per questo, davanti a una persona che ha attraversato qualcosa di terribile, forse la domanda più utile non è:
“Perché non sembra abbastanza distrutta?”
Ma:
“A cosa le sta servendo, in questo momento, riuscire a restare così composta?”
disturbo ossessivo compulsivo”
dott. Francesca Savarino
via della Catalana 3 Ravenna
Via Bezzecca 13 Bologna
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savarino.francescapsy@gmail.com
21 Lug 2026
Psicologa
Alte temperature e stress psicologico
Perché con il caldo andiamo più facilmente in ansia e stiamo peggio psicologicamente?
L’estate è spesso associata a vacanze e relax, ma per molte persone rappresenta il periodo in cui ansia, irritabilità e stress sembrano aumentare. Non è solo una sensazione: il nostro cervello deve fare un lavoro extra per mantenere stabile la temperatura corporea e questo può influenzare anche il nostro equilibrio emotivo.
Alte temperature e stress psicologico
Come funziona il cervello con il caldo
Quando fa molto caldo, l’ipotalamo – il centro che regola la temperatura corporea – si attiva per disperdere il calore. Aumentano la sudorazione, la sete, la vasodilatazione e il senso di stanchezza: tutte strategie che aiutano a proteggerci dal surriscaldamento.
Il caldo rappresenta uno stress fisico per l’organismo. Per questo può aumentare l’attività del locus coeruleus, una piccola struttura cerebrale che produce noradrenalina, il neurotrasmettitore della vigilanza e dell’allerta.
Quando la noradrenalina aumenta possiamo sentirci più irrequieti, più irritabili, più sensibili ai rumori e agli stimoli, meno concentrati e più predisposti all’ansia.
Anche l’amigdala, la struttura cerebrale coinvolta nell’elaborazione delle emozioni e delle minacce, può diventare più reattiva quando il cervello è già impegnato a gestire uno stress fisico come il caldo. Così, piccoli problemi che normalmente affronteremmo con tranquillità possono sembrarci molto più pesanti.
Come incide il ritmo sonno veglia alterato dal caldo.
A peggiorare la situazione contribuisce spesso il sonno. Le alte temperature rendono più difficile addormentarsi e riducono la qualità del riposo. Dormire poco o male rende il cervello meno capace di regolare le emozioni e aumenta ulteriormente irritabilità, impulsività e vulnerabilità all’ansia.
Le persone che soffrono di ansia, attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo o che hanno un sistema nervoso particolarmente sensibile possono accorgersi che durante le ondate di calore i sintomi diventano più intensi. Questo non significa che il caldo sia la causa del disturbo, ma che può abbassare la soglia di tolleranza del sistema nervoso.
Cosa fare per aiutarti a ritrovare la calma col caldo
Per aiutare il cervello a gestire meglio questo periodo è utile mantenersi ben idratati, evitare gli sforzi nelle ore più calde, cercare ambienti freschi quando possibile, proteggere la qualità del sonno e concedersi durante la giornata brevi momenti di rilassamento.
La prossima volta che ti sentirai più nervoso, irritabile o ansioso durante una giornata particolarmente afosa, ricorda che non è solo “una questione di carattere”. Il tuo cervello sta già spendendo molte energie per mantenere il tuo corpo in equilibrio. Comprendere questo meccanismo è il primo passo per trattarsi con maggiore comprensione e prendersi cura di sé.
Anche la salute mentale risente del clima. Prendersi cura del corpo durante le giornate più calde significa prendersi cura anche della mente. A volte basta abbassare la temperatura del corpo per aiutare anche il cervello a ritrovare il suo equilibrio.
Di seguito i link per scoprire di più sulla psicoterapia Emdr e le problematiche trattate.
I miei nuovi strumenti per affrontare il disagio psicologico e il trauma
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Adolescenti / Adulti / Ansia / Bologna / Bulimia / Depressione / didturbi ossessivo compulsivo / Dipendenza affettva / Disturbi alimentari / disturbo ossessivo compulsivo / Emdr / Panico / Psicologa / Psicoterapeuta / Ravenna
Psicoterapia Emdr

La Dottoressa Francesca Savarino, psicologa e psicoterapeuta esperta, formata in psicoterapia Emdr da 25 anni porta avanti percorsi psicologici a Ravenna e Bologna.
In questo sito potete trovare tutte le indicazioni sui percorsi offerti per il trattamento di moltissime problematiche.
Si parla inoltre del trattamento per ansia, depressione, attacchi di panico, disturbo ossessivo compulsivo, tricotillomania, disturbi alimentari (anoressia, bulimia, binge eating) e obesità, Dismorfofobia, traumi da abuso infantile nell’adulto, elaborazione del lutto, mobbing, bullismo.
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I miei nuovi strumenti per affrontare il disagio psicologico e il trauma
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Disturbi strutturati sull’ansia
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Adulti / Bologna / Bulimia / Disturbi alimentari / Psicologa / Psicoterapeuta / Ravenna
Anoressia e Bulimia cura
le differenze psicologiche nella cura di anoressia e bulimia
Quando si parla di disturbi alimentari spesso si pensa che il quadro psicologico sia pressoché lo stesso.
In realtà l’unica cosa che accomuna le due problematiche è la costellazione di fattori scatenanti e precipitanti, nonché la Dismorfofobia, cioè il disturbo dell’immagine corporea.in questa breve revisione porterò alla luce alcuni fattori caratteristici che però non devono escludere le eccezioni, in quanto l’umanità è davvero varia e non abbiamo la fortuna di essere tutti diversi.
- Anoressia e bulimia cura
Anoressia e bulimia e gli aspetti in comune: fattori scatenanti e precipitanti
Innanzitutto quasi tutte le narrazioni su questi due disturbi alimentari partono da un normo peso, talvolta leggero sovrappeso in infanzia.
Spesso l’avvento delle mestruazioni viene vissuto con forte disagio per motivazioni diverse:
A volte il menarca è troppo precoce, a volte troppo tardivo. Inoltre l’accoglienza di questo evento in famiglia può essere distaccata o troppo emotiva.
Altro elemento scatenante il disturbo alimentare è la sequela dei feedback negativi sia esterni, da parte dei pari ma anche da parte dei famigliari, sia interni. Per feedback negativi interni intendo la revisione della realtà e del proprio corpo con un filtro già negativo che tende ad autoconfermarsi: ad esempio andare in un negozio e provare un paio di pantaloni che risultano stretti. in questo caso anziché prendere in considerazione che la casa madre faccia parte di quel tipo che per risparmiare sui tessuti minimizza le taglie, conferma la propria idea di inadeguatezza e rinforza la visione allargata del proprio corpo.
Anoressia e bulimia e gli aspetti in comune: Dismorfofobia
Per anni si è ritenuta la Dismorfofobia, cioè il disturbo dell’immagine corporea, agire differentemente nell’anoressia rispetto alla bulimia, si riteneva infatti che in quest’ultima, l’immagine corporea fosse dilatata solo in alcune parti, mentre nel primo caso risultasse tutta gonfiata. Per esperienza diretta posso affermare di non aver riscontrato chissà quale differenza. L’immagine allo specchio in entrambi i casi e la peggior nemica che si possa avere. Essa peggiora improvvisamente, apparentemente senza un perché, in verità parallelamente all’autostima.
Ed ora veniamo alle tante differenze.
Anoressia e bulimia, gli aspetti non in comune:
Quando penso alle mie pazienti, ricordo il loro mondo interno, fatto di sensi di colpa e conflittualità, per prima cosa su se stesse, che però si distingue nettamente.
L’approccio al controllo.
Col controllo in terapia sui disturbi alimentari si ha sempre a che fare, ma con una sostanziale differenza:
Nell’anoressia la persona sembra aver trovato la propria personale soluzione per tenere fermo tutto ciò che in verità si svincola dalle dita come sabbia. Faccio questa metafora perché è questo che mi fa pensare il racconto composto di chi soffre di anoressia. Apparentemente tutto bene, le emozioni si estendono con una forbice minima, sufficiente a non essere mai né troppo agitata, né troppo eccitata. Questa è la condizione ideale per sostenere tutte le richieste dal mondo esterno, anche tre interrogazioni al giorno (che tra parentesi sta diventando il must in qualsiasi liceo scientifico d’Italia)! Ma basta un soffio per sconvolgere il castello di carta. “Insomma, a meno che non mi si parli di riprendere peso io ho raggiunto il nirvana e tu mia caro psico stai ben attenta a non stuzzicare il can che dorme!” La fragilità è dietro l’angolo così come il rifiuto di collaborare in un progetto terapeutico, ecco perché è fondamentale costruire una alleanza a massima flessibilità sugli obiettivi. Perché la persona deve sentire di avere la maggior parte del controllo del percorso psicologico e nutrizionale.
La perdita di controllo
Mentre dall’altra parte, in un altra stanza, si accascia su se stessa dopo essersi battuta i pugni sul petto un ennesima volta, chi soffre di bulimia, intrappolata nel suo corpo che è al col tempo vittima e carnefice. Non ha vinto la lotteria con questo sintomo, tutt’altro. È caduta e ricaduta senza mai imparare dov’è la buca, più ammaccata che mai. Non solo, della sua unica soluzione, che è al col tempo causa dei suoi mali, si vergogna terribilmente. Se potesse lascerebbe tutto a te terapeuta se solo avessi la bacchetta magica e le facessi sparire il vomito e i chili di troppo! Ma la bacchetta magica non c’è. C’è solo il tempo è tanto lavoro, fatto ancora di cadute, che però un pò alla volta insegnano a non cadere più.
Alta prestazione
Chi soffre di anoressia ha imparato ad estendere il concetto di perfezionismo ad ogni cosa che lo circonda e che gli appartiene. Questa modalità da una parte consente di rassicurare la persona che niente mai andrà storto perché tutto va bene, dall’altro scatena livelli di tensione altissimi perché spesso nessun voto se non l’eccellenza è accettata. Per tanto tutto viene a girare fra i numeri alti delle votazioni e quelli bassi del peso a discapito di tutte quelle dinamiche tipiche dell’età di esplorazione ambientale ed avvicinamento con i pari. Non c’è spinta verso l’uscita in discoteca nè interesse verso il proprio e o l’altro sesso.
Alto tasso di creatività
Chi soffre di Bulimia invece, spesso è dotato di una grande capacità immaginativa, che lo porta a produrre varie forme artistiche in maniera non metodica, anche se è presente anche in questo caso il perfezionismo. Esso interviene per lo più distruggendo la valutazione dell’operato. A causa di questo meccanismo è molto difficile che la produzione sia continuativa, anche se di certo è curativa per la persona.
_ Anoressia e bulimia cura
famiglia iper unita
salvator Minuchin molti anni fa descrisse la famiglia anoressica, come caratterizzata da una madre simbiotica ed un padre assente fisicamente o mentalmente. Oggi, quando si tratta di disturbo anoressico puro, è più facile riscontrare in famiglia una sorta di collante che lega tutti e che evita il conflitto. Prima dell’evento della malattia succede davvero poco in queste famiglie, e spesso non si rilevano eventi traumatici se non prima della nascita dei figli.
Questo può capitare perché i genitori provengono ad esempio da una famiglia altamente conflittuale e quindi hanno evitato questo tipo di modello nella crescita dei figli, oppure perché loro stessi non sono stati educati ad affrontare il conflitto.
- Anoressia e bulimia cura
famiglia mina vagante
Tutto un altro discorso dai può affrontare parlando di chi soffre di bulimia e della sua famiglia.
in questo caso il conflitto è spesso elevato, e i genitori spesso sono impegnati a darsi battaglia a discapito dei figli che percepiscono una sostanziale differenza nell’importanza dei membri.
la creatività in questo caso offre una valvola di sfogo dalla tensione famigliare.
Lock down
Questi due modelli famigliari ovviamente non sono applicabili sempre e possono essere visti come degli estremi in cui si può tendere. Negli ultimi anni infatti ho notato quanto non sia necessaria una psicopatologia famigliare, per arrivare a sviluppare un disturbo alimentare durante un lock down.
Disturbi alimentari e attaccamento
Disturbi alimentari e lock down
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Ricordare l’abuso infantile
Ricordare l’abuso infantile
Quando parliamo di abuso infantile dobbiamo riferirci ad un atto, spesso ripetuto nel tempo di carattere violento, verbalmente o fisicamente, di tipo fisico o sessuale. Questo agito, o serie di agiti, capita nell’età più delicata per la formazione della struttura difensiva psichica, cioè in quel lasso di tempo che va da 0 ai 14 anni. Sebbene si possa definire l’ultimo periodo come pre adolescenza è bene comunque considerare gli accadimenti in questa fascia di età come in quella infantile, perché la persona non può essere definita capace di intendere e volere un esperienza di questo tipo in quanto ancora con psiche e cervello in formazione.
Si può ricordare l’abuso infantile?
Certo, in molti casi, specie superati i 4 5 anni l’abuso si ricorda. Dobbiamo però tenere in considerazione l’emozione di vergogna associata all’abuso, specie se esso è di natura sessuale. La vergogna infatti contribuisce alla sopraffazione emotiva della persona durante l’atto e alla conseguente mancata registrazione in memoria. Quando invece nonostante tutto si produce un ricordo, il cervello umano crea immagini sensazioni ed emozioni riferiti ad esso, all’interno di frammenti chiusi, che però di tanto in tanto si fanno sentire arrecando forte disagio emotivo. La persona abusata di solito cerca di tenere lontano il più possibile questo sentire, anche attuando strategie di evitamento molto simili a dei rituali ossessivi. Spesso infatti si evitano determinati argomenti, luoghi, riferimenti intellettuali ecc… che in un qualche modo possano essere connessi all’abuso. Sovente queste strategie portano a mezzi di sedazione emotiva, come l’abuso di cibo, alcool e droghe. L’uso di questi “diversivi”può portare ad una vera e propria dipendenza. Secondo uno studio canadese del 2016 (Esme Fuller-Thomson dell’Università di Toronto) un soggetto su cinque dipendente da droghe o un soggetto su sei dipendente da alcol ha subìto violenze sessuali nell’infanzia. Inoltre, proprio per questa difesa evitante, in persone vittime di abuso sessuale infantile, la sessualità può risultare compromessa e anorgasmica.
Ricordi precoci
Prima dei 4, 5 anni questi circuiti chiusi possono essere ancora più poveri, e considerando il fatto che a quell’età il bambino fa più fatica ad identificare le emozioni correttamente, spesso rimangono delle sensazioni fisiche associate ad immagini che possono turbare moltissimo la persona abusata in quanto fuori contesto e appartenete alla sfera infantile. Questa è la causa maggiore di inibizione dei genitori nel contatto fisico coi propri figli piccoli.
La sensazione generale indotta da questi frammenti impliciti di memoria è di disagio nei confronti di sé come persona e del proprio corpo, come se all’interno di sé si nascondesse qualcosa di sporco e silente.
Ricordare l’abuso infantile improvvisamente
A volte, anche se raramente può capitare che una determinata situazione “triggeri” lo sblocco di una memoria implicita. Ciò accade perché quella determinata situazione porta l’individuo a sentirsi come quando è capitato l’abuso o perché ha connesso una caratteristica forte (un particolare odore ad esempio) associata a quella memoria implicita.
Ricordare l’abuso infantile in terapia
Nel percorso terapeutico EMDR con una persona che ha subito abuso infantile, può accadere qualche volta che un frammento mnestico torni a galla. Ma essendo appunto una eventualità nel percorso psicologico è meglio utilizzare l’EMDR su ciò che il paziente porta, cioè le sue sensazioni e i frammenti di ricordo, perché il lavoro si valida lo stesso consentendo alla persona di oltrepassare i ricordi e tutte le emozioni e sensazioni negative ad esso associate e di costruire una cornice alla storia dell’abuso che possa essere inserita nella grande parete della propria narrazione.
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Alte temperature e stress psicologico
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Tricotillomania cause
Tricotillomania cause

La tricotillomania è stata posta nel DSM 5 (Manuale psichiatrico statistico e diagnostico) nella categoria del disturbo ossessivo-compulsivo per via della natura impellente dello strappare capelli e/o sopracciglia e della difficoltà a porre termine al comportamento.
I dati sulla tricotillomania
La prevalenza della tricotillomania nella popolazione generale è dello 0,5-2% e l’esordio coincide con la pubertà (10-13 anni). Quando la malattia insorge prima, solitamente si risolve con lo sviluppo, per poi tornare successivamente o mutare in un disturbo ossessivo vero e proprio.
Il disturbo colpisce in maniera uguale bambini maschi e femmine, mentre dalla pubertà è più comune nelle femmine, o, quanto meno è questo il genere che chiede si più l’aiuto, psicologico. Possiamo ipotizzare sia dovuto al fatto che la perdita di capelli nelle ragazze sia vissuto come più stigmatizzante e meno gestibile.
Tricotillomania cause
Dato che cause specifiche non sono state ancora trovate, trovo più corretto parlare di fattori scatenanti e predisponenti: genetici, ormonali ed ambientali.
Fattori scatenanti
Essi sono molteplici, dall’esposizione a stress prolungato, l’ansia cronica o la presenza di altre patologie della sfera psichica come disturbi dell’umore, del comportamento alimentare o ossessivo compulsivi
- ansia e stress prolungati: coloro che sono sottoposti ad eventi stressanti per un lungo periodo o vivono stati d’animo di ansia cronica possono sviluppare tricotillomania.
- eventi stressanti acuti: qualsiasi evento drammaticamente stressante può favorire la comparsa del disturbo.
Fattori predisponenti
- comorbilità psichiatriche: la tricotillomania può comparire in comorbilità con altri disturbi psichiatrici come ad esempio:
- disturbi della personalità
- disturbi ossessivo compulsivi
- disturbi dell’umore
- anoressia
- bulimia
- Fattori genetici: familiari di 1 grado (presenza in famiglia di altre persone affette da disturbo ossessivo compulsivo o tricotillomania).
- Elevato livello di perfezionismo.
- Difficoltà nella regolazione delle emozioni (molto percepita nei momenti di noia, spesso scatenati la compulsione).
Psicoterapia EMDR per la cura della TRICOTILLOMANIA
il percorso psicologico con chi soffre di questo disturbo si muove su più livelli:
- Lavorare in profondità sui ricordi e le cause che sostengono i fattori psicologici predisponenti, per rendere la persona più forte ed efficace nel gestire i momenti di stress che scatenano la compulsione.
- Lavorare sulla compulsione stessa, tramite sessioni EMDR atte ad abbassare l’attivazione psicologica che scatena il comportamento di picking su peli e capelli.
- Lavorare sull’integrazione della persona e sulla ricerca di modalità di regolazione emotiva più funzionali.
savarino.francescapsy@gmail.com
Dottoressa Francesca Savarino
Via della Catalana 3 Ravenna
via Bezzecca 13 Bologna
Tel 3929644949
Adolescenti / Disturbi alimentari / Psicologa / Psicoterapeuta / Ravenna / Trauma
Disturbi alimentari e attaccamento
Disturbi alimentari e stile di attaccamento
Quando parliamo di disturbi alimentari spesso ci riferiamo al qui e ora, cioè ai sintomi prevalenti, come il digiuno, l’abbuffata e il vomito. In verità come ogni problema psichico, esso deriva da un insieme di fattori pregressi, che assemblandosi creano il problema. Uno di questi è il legame di attaccamento: Un fenomeno psicologico che si costituisce nei primi anni di vita.
Il legame di Attaccamento
Questo termine, coniato da John Bolwby, è diventata una delle chiavi di lettura più efficaci per noi psicologi per comprendere la narrazione del cliente e anche come funzionano le sue relazioni e la relazione in studio.
Ecco di seguito cosa ci può essere utile sapere:
1 Deriva dalla relazione madre-figlio.
2 Nel bambino è innato caratterizzato da due dimensioni fondamentali, la ricerca di sicurezza e il comportamento esplorativo.
3 L’obbiettivo principale del legame di attaccamento è quello di creare una base sicura (solitamente la madre) per il bambino in modo che possa esplorare l’ambiente che gli sta attorno senza correre rischi.
4 Quando la distanza tra madre e bambino diventa eccessiva si attivano i comportamenti di attaccamento, in modo da ristabilire la vicinanza con il caregiver.
Ed è proprio grazie al punto 4 che si è scoperto l’attaccamento: su questo concetto è stato progettato un esperimento psicologico chiamato Strange situation (ainsworth), in cui i bambini, dopo un iniziale momento assieme alla madre rimanevano soli per alcuni minuti. Al ritorno, di fronte alle loro madri i bambini non si comportavano allo stesso modo.
I diversi stili di attaccamento
Questa procedura ha anche consentito di individuare diverse tipologie di comportamento nel bambino, che possiamo definire come stile di attaccamento:
- Sicuro, utilizzo della madre come base sicura per l’esplorazione;
- Insicuro-evitante, il bambino manifesta pochi comportamenti di affetto verso la madre;
- Insicuro-ambivalente, alternanza di comportamenti che desiderio di contatto con segni di rabbia e rifiuto.
A queste tre tipologie, Main e Solomon (1986) ne hanno aggiunta una quarta, chiamata:
- attaccamento disorganizzato-disorientato, caratterizzata da comportamenti contraddittori e difficilmente interpretabili.
Influenza del legame di attaccamento sui disturbi alimentari
Se prima del Lock down mondiale circa il 5 % degli adolescenti ricadeva nei criteri diagnostici del DCA, oggi purtoppo abbiamo visto aumentare questa percentuale del 30% .
I disturbi alimentari nascono come risposta al cambiamento (corpo, status, famiglia e relazioni) e ad esso dobbiamo aggiungere purtroppo, l’enorme cambiamento vissuto nel biennio 2020-2022 che ha toccato le aree di libertà personale e prospettiva futura.
L’attaccamento influenza il modo con cui gli adolescenti affrontano i cambiamenti: in generale un legame di attaccamento sicuro, in cui il caregiver offre supporto emotivo e conforto. Esso è indispensabile per la formazione della propria identità, per la definizione degli obiettivi e per evitare futuri rischi psicologici. Insomma, garantisce la tenuta psicologica, ma anche la capacità di costruirsi un propria autonomia, aldilà dei genitori.
Al contrario, un legame di attaccamento insicuro, in cui il caregiver non può rispondere se non in maniera discontinua ai segnali del bambino, crea nel soggetto un senso di incompetenza e di impossibilità di affrontare i cambiamenti.
Disturbi alimentari e stile di attaccamento.
Gander e colleghi (2015) hanno trovato una correlazione fra la relazione tra legame d’attaccamento e disordini alimentari. Essi rivelano che gli adolescenti con disordini alimentari hanno, prevalentemente, uno stile di attaccamento insicuro. In particolare alcuni autori hanno notato una prevalenza di legame di attaccamento evitante, mentre altri una prevalenza di attaccamento ansioso. Qualche autore ha anche ipotizzato che l’attaccamento evitante sia caratteristico dei soggetti con anoressia restrittiva, mentre quello ansioso di soggetti con anoressia purgativa o bulimia.
Vorrei però porre una questione, riferendomi ai disturbi alimentari nati in questi ultimi tre anni: siamo proprio certi che lo stile di attaccamento sicuro sia riuscito a proteggere gli adolescenti dal trauma del lock down per covid 19? Io no.
Nel mio piccolo osservatorio mi è capitato spesso di incontrare adolescenti con uno stile di attaccamento sicuro, ma che comunque presentavano caratteristiche tipiche dell’anoressia e condotte compensatorie. I prossimi anni daranno modo di esaminare meglio che cosa sia effettivamente successo. Questo ci servirà a capire fino a che punto l’uomo riesca a far fronte ai traumi con le proprie risorse personali e dove sarà necessario intervenire preventivamente.
https://www.psicologaravennabologna.it/tematiche/anoressia/
https://www.psicologaravennabologna.it/tematiche/bulimia/
Psicologa
Bullismo
La ferita del bullismo
Dovendo pensare a quale fattore traumatico in adolescenza determini il sintomo più persistente in terapia io penso al bullismo.
Penso a questo fenomeno così citato fra le testate giornalistiche, per prima cosa per la costellazione di sintomi che si porta dietro.
I sintomi del bullismo
Depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, dismorfofobia spesso associata alla parte del corpo bersaglio del bullo, abuso di sostanze (per sedare la disregolazione emotiva), esplosioni emotive, tentativi di suicidio: questi sintomi spesso si presentano allacciati gli uni con gli altri suscitando grande preoccupazione da parte dei genitori.
Il bullismo irrompe nella terapia
Quando ti trovi ad avere a che fare con la complicata matassa emotiva con cui i ragazzi ti portano la loro storia, ti rendi conto quanto sia difficile districarla e speri con tutto te stesso di riuscire a dare loro anche un briciolo di serenità all’interno di quella seduta. Il lavoro è lento ma non per questo interminabile, e quasi sicuramente ne rimarrà una cicatrice emotiva. Sarà per il fatto che non parliamo di un solo trauma ma ben si di un trauma ripetuto nel tempo che come una goccia cinese ha scavato nella personalità di chi è vittima del bullismo.
Quando il bullismo colpisce il corpo
Spesso accade che l’oggetto di derisione sia il corpo. In questo caso accade spesso che i genitori assistano inermi a radicali trasformazioni da parte del figlio, con perdite di peso pericolose che creano uno spartiacque fra l’adolescente sfigato e vergognoso e quello nuovo, più figo, che però non sente più niente. Questa nuova versione impeccabile rifiuta la vecchia e con essa tutte le sue emozioni. In terapia quando mi occupo di bullismo mi capita spesso che si parli del passato con grande critica o addirittura ci si rifiuti di parlarne. Questa nuova immagine deve essere conforme a ciò che Instagram detta.
Che cosa può fare un genitore per arginare e prevenire questo rischio?
Per prima cosa bisogna ascoltare e osservare.
È vero che gli adolescenti di default hanno momenti di mutacismo, anche prolungati, ma di tanto in tanto parlano anche loro. Ed è proprio in quegli attimi che si può intervenire in maniera strategica.
Ascoltare
Il “come va?” chiaramente non funziona, per rispondere a questa domanda basta solo una parola da cui l’adolescente si svincola rapidamente. Per tanto dobbiamo allenarci a trovare domande per cui non bastino un paio di sillabe per risposta. A me ad esempio piace molto la formula usata in “wonder” dai genitori durante I momenti di convivialità: “come è stata la tua giornata?”.
“La tua” sottolinea il fatto che ogni giornata ha la stessa importanza per tutti i membri della famiglia ed è fatta della stessa pasta della giornata dei genitori.
Formulare domande in un ottica di non giudizio aiuta a mettere in primo piano il punto di vista del proprio figlio. “ come pensi sia andata? Avrebbe potuto andare meglio? Che cosa l’ha disturbata secondo te?”. Ricordiamoci che ogni scelta da parte dell’adolescente è una parte dell’adolescente stesso, e se critichiamo I suoi amici o I suoi progetti, per quanto possano essere bizzarri, stiamo criticando lui.
Osservare
Per quanto riguarda l’osservazione deve essere rivolta a qualsiasi variazione di comportamento. Dorme? Mangia? Si lava? Questi sono importanti indicatori per quanto riguarda il disturbo dell’umore. Ricordiamoci che se il risultato della nostra osservazione è che c’è qualcosa che non va, vuol dire che è successo qualcosa.
E allora è importante comunicarlo, dirlo che siamo preoccupati. Dare disponibilità al dialogo e chiedere al l’adolescente quale condizione lo aiuterebbe. A volte è proprio lui ad indicare la seduta con uno psicologo.
L’adolescenza e il ritiro sociale: gli Hikikomori
dott. Francesca Savarino
via della Catalana 3 Ravenna
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3929644949
savarino.francescapsy@gmail.com
Psicologa
Adolescenti e nuove tecnologie
Pensando alla generazione dei Millenials e allo stretto rapporto con la tecnologia che la caratterizza, mi sono soffermata su alcuni lavori scientifici Genitori e adolescenti che sono stati fatti per comprendere l’influenza del processamento multitasking sull’umore e sullo sviluppo cerebrale.
Per multitasking intendo l’attenzione rivolta contemporaneamente a più oggetti. L’esecuzione di più compiti allo stesso tempo, è un attività che intraprendiamo ogni giorno. Passiamo dal cellulare al computer, al televisore con apparente scioltezza. In verità questo comportamento, in cui noi “anziani” ci siamo resi abili e con cui i più giovani praticamente sono nati, porta a una notevole serie di svantaggi sul piano neurale.
-adolescenti e nuove tecnologie-
Ma cosa dicono le ricerche su questo?
Alla University of London hanno scoperto che sembra esserci una riduzione significativa del Qi durante una sessione multitasking ripetuta, addirittura fino agli 8 anni di età. In un’altra ricerca sì è visto come durante una risonanza magnetica apparisse una densità inferiore nella Corteccia Anteriore Cingolata, area deputata allo sviluppo di Empatia.
D.J. Levitin, neurologo studioso dei processi multitasking, nel 2014 ha scoperto che il passaggio veloce da un attività all’altra, aumenta il normale livello di cortisolo. Questo ormone è responsabile della reazione dello stress, e pertanto anche dell’aggressività. Alla Michigan State University nel 2013, in accordo con questi risultati, hanno verificato la correlazione fra il comportamento multitasking e la presenza di ansia e depressione. Inoltre è emerso da queste ricerche che “fare tutto contemporaneamente” causa una secrezione dopaminergica, che funziona da “dose”; il suo effetto è perciò breve e crea dipendenza.
Detto questo, proviamo a pensare al peso di questa influenza sullo sviluppo psicologico e sociale di un soggetto giovane.
Ogni giorno, a scuola, un adolescente abituato a questa spasmodica stimolazione è costretto a stare seduto ad ascoltare e ad apprendere senza uno schermo davanti.
Io credo che lo sforzo che fanno gli adolescenti per stare in classe sia molto diverso rispetto a quello che dovevamo fare noi adulti nati prima della tecnologia. Non penso per questo penso che sia sbagliato, perché consente per 50 minuti di disconnettersi dal mondo.
Per una volta il sistema scolastico italiano può definirsi più sicuro rispetto a quello dei paesi nordici. In Olanda ad esempio, c’è stato un netto passaggio dalla carta stampata agli schermi tecnologici e la dipendenza degli alunni dal tablet è cresciuta a dismisura.
-adolescenti e nuove tecnologie-
Disturbi alimentari e lock down
Didattica a distanza (DAD) e ritiro sociale
Dottoressa Francesca Savarino
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