Tanti anni fa ricevetti una telefonata da una persona che stava per arrivare da me per la prima volta a causa dei suoi attacchi di panico, ma proprio per colpa di questi ultimi aveva interrotto il tragitto e se ne stava chiusa in macchina in preda al terrore. Al telefono continuava a parlare speditamente della sua paura di non respirare, ma quando riuscii a intromettermi nel suo discorso gli feci presente una cosa fondamentale:

Se tu parli vuol dire che stai respirando.

Le parole si articolano solo ed esclusivamente emettendo aria, cioè espirarando e per espirare bisogna inspirare e se fai tutto questo stai certamente respirando.

Nessun ci pensa mai, tanto meno chi avevo al telefono, eppure questo pensiero gli servì a calmarsi, ricentrarsi su di sé, riprendere un altro appuntamento e questa volta presentarsi puntuale. Questo fu solo l’inizio della cura.

Uso questo piccolo racconto per introdurti un’idea un po’ diversa dell’attacco di panico.

Prima però vediamo di cosa si tratta, anche se credo che di tutti i disturbi presentati in questa sessione questo sia il più conosciuto.

L’Attacco di Panico (ADP) parte da una paura via via più intensa che a sua volta causa una costellazione di sintomi, che possono essere diversi da soggetto a soggetto.
In genere sono sempre presenti i seguenti:

– asfissia e iperventilazione

– tachicardia

– sensazione di sbandamento o svenimento

– vampate

– paura di morire

– paura di impazzire

– mobilità intestinale

Ce ne sono altri un po’ meno frequenti, come il formicolio alle mani o ai piedi, la de-realizzazione (ovvero la sensazione di essere in un’altra realtà) e le vertigini.


Ma come si forma un attacco di panico?

Abbiamo visto come l’emozione predominante dell’ADP sia la paura.

Dobbiamo quindi pensare che sia un’emozione sbagliata? No, se lo fosse l’avremmo già persa come la coda coccigea. Invece lei ci accompagna da quando giravamo per la foresta con la clava in mano. Anzi è proprio grazie a lei che ci siamo salvati (qualche volta) dalle grinfie dei dinosauri.

Per paura, aumentava il battito cardiaco agevolando la nostra fuga, aumentava la sudorazione permettendoci di sgusciare fuori dalla presa del nemico, l’intestino si metteva in moto e defecando durante la corsa ci alleggerivamo.

Bene, allora come si scatena oggigiorno l’attacco di panico?

Tutto inizia da un segnale subliminale inviato dal corpo al cervello che dice “sono inadeguato nei confronti dell’ambiente”. Questo segnale (posso mettere il link di un articolo che ho trovato?)può essere determinato da una variazione di postura, di temperatura ecc…, in generale un leggerissima situazione di malessere. A questo punto il cervello codifica l’allarme e fa scattare il nervo vago, responsabile delle azioni tipo attacco/fuga e i sintomi di cui sopra iniziano a farsi sentire. Successivamente scatta il dialogo nel cervello. “Cosa sta succedendo? Mi sento male?” Quest’ultimo fa produrre ai surreni più adrenalina e a questo punto il nervo vago è in pieno lavoro e aumenta l’attività respiratoria e intestinale. In ultimo il cervello emette pensieri di conferma sulla minaccia invisibile (l’attacco), e a questo punto ci troviamo a due tipi precisi di paura:

– Adesso muoio

– Adesso impazzisco

Perché due paure così diverse?

Perché noi tutti siamo diversi e nella fase evolutiva abbiamo strutturato la personalità orientando il nostro controllo su qualcosa. Nel caso dell’ADP, sul proprio corpo oppure sugli altri (per sintetizzare potremmo dire il dentro e il fuori).

L’esperienza di panico è intensa ed estenuante e alla lunga porta a pensare di essere condannati a una vita non governabile poiché caratterizzata dall’imprevisto, un po’ come una lunga camminata in un campo di mine inesplose.

Fortunatamente non è così: in psicologia l’intensità del sintomo non è direttamente correlata alla difficoltà di guarigione e questo ne è l’esempio più lampante.

Tramite la psicoterapia a volte accompagnata dall’uso di psicofarmaci, nella maggior parte dei casi dall’attacco di panico se ne esce.

È necessario comunque specificare che una sovrapposizione di diagnosi ne ritarderebbe la guarigione o la complicherebbe, ma ci può essere un buon margine di miglioramento.

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