Quando una persona subisce un evento traumatico, un evento perciò non elaborato a causa della drammaticità oggettiva oppure dall’impatto sulla propria psiche (cioè sull’insieme delle sue credenze e dei suoi ricordi), avviene un non elaborato, cioè viene a mancare la connessione fra ricordo, pensiero, emozione e reazione fisiologica.

Non è necessario che la persona sia esposta direttamente, è sufficiente venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un amico o al proprio partner, oppure ascoltare più e più volte la versione cruenta da parte di un terzo. Basta questo per mettere la persona di fronte la morte, o la minaccia di morte, ma anche al pericolo per l’integrità personale. Quando la psiche non è abbastanza “resistente”, oppure quando l’evento assume qualità catastrofiche o percepite come tali, inizierà una serie di sintomi che si attenueranno col tempo, ma fino a un certo punto. Si parla di DSPT quando questi sintomi permangono per almeno un mese.

L’emozione predominante è la paura.

La vittima continua a rivivere il trauma giorno dopo giorno.

A causa del cortocircuito psico-fisiologico emergono dei sintomi che possono inficiare la qualità della vita anche gravemente:

  • Immagini mentali, pensieri spiacevoli
  • Incubi
  • Flash back: disagio psicologico e reattività fisiologica che possono portare alla perdita della consapevolezza di dove o quando ci si trova. Esso si attiva quando ci si avvicina:
    • a pensieri ed emozioni che ricordano il trauma
    • a situazioni o oggetti o persone che ricordano il trauma
  • Evitamento delle situazioni, degli oggetti o delle persone che ricordano il trauma
  • Soppressione dei ricordi e delle emozioni negative intense legate all’evento tramite uso di sedativi, alcool, droghe oppure la compulsione lavorativa o sessuale
  • Difficoltà ad addormentarsi
  • Difficoltà di concentrazione
  • Iper vigilanza

 

E adesso passiamo alla ferita del sé.

Oltre alla paura possono svilupparsi altri sentimenti negativi, come la rabbia per se stessi, sia che l’evento traumatico sia dipeso dalla persona, sia che essa sia mera vittima degli eventi. Esiste infatti una sindrome denominata “del superstite” che compare nelle persone quando sono le uniche a salvarsi, che porta sentimenti di colpa e di ingiustizia per l’immeritata salvezza rispetto alle altre vittime. Anche la visione degli altri può mutare, a volte per via della difficoltà di relazione che si sviluppano in seguito ai comportamenti di evitanti, a volte per l’invidia che può svilupparsi verso “chi non è stato toccato da un fato vendicativo che ci ha preso di mira”.

Quando la ferita del Sé non riesce a rimarginarsi, la persona può sviluppare un episodio depressivo.

 

La terapia

Al di là della terapia farmacologica che può attenuare i sintomi depressivi e dare respiro nella percezione degli eventi, una psicoterapia può fare moltissimo per risolvere i sintomi e migliorare la qualità della vita.

Di seguito riporto quali passaggi cruciali portano l’elaborazione del trauma in terapia:

  • Provvedere a un luogo sicuro fra paziente e terapeuta che porti gradualmente ad abbassare le difese e la tendenza all’evitamento;
  • La narrazione dell’episodio depressivo più e più volte durante il percorso da parte del paziente (questo porta ad arricchire di significati più digeribili l’evento);
  • L’introduzione del trauma come parte della storia del paziente (poiché spesso i pazienti tracciano una linea spartiacque fra la vita prima e quella dopo, e questo non fa che indebolire il senso di identità della persona);
  • L’introduzione del vissuto traumatico come risultato della particolare elaborazione fatta con quella specifica personalità derivata da quella specifica storia personale;
  • La presa in carico dei sintomi psicologici con una valutazione delle risorse personali;
  • Il problem solving “a due teste” su tutti gli ostacoli che il ricordo traumatico pone nella vita della persona.

Nel test dell’albero, un test grafico che viene utilizzato per avere un quadro generale dello sviluppo della personalità, se la persona ha subito un trauma solitamente disegna un tronco con una sorta di buco cavo in mezzo. In seguito alla terapia il disegno non cambia, ma quel buco spesso si riempie di venature e in qualche caso anche di animaletti.

Dopo il percorso terapeutico il trauma, come quel buco, si riempie di significato, accoglie nuove forma di vita e identifica l’albero in mezzo agli altri alberi.

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