Per lutto intendiamo la perdita definitiva di un oggetto di amore, pertanto accompagnato da una sofferenza importante e invalidante per la qualità della vita.

Quando il lutto viene processato correttamente, dopo i primi tempi di smarrimento e angoscia ci diciamo “è capitato”. Poi superato l’anno circa  prendiamo atto di ciò che è successo dentro di noi in funzione della perdita. All’inizio proviamo un dolore fisico, che non ci permette di stare in nessun luogo e ci sveglia al mattino facendoci precipitare velocemente nel baratro dell’angoscia, poi nel tempo la forma del dolore muta e assume connotati più tollerabili.

Quando il lutto si blocca, all’essere umano non è permessa un’elaborazione dell’accaduto che possa trasformare questa sofferenza. La disperazione è reattiva a tutti quegli stimoli esterni che portano a pensare al caro estinto, perciò non è insolito piangere un padre, un fratello o una madre morta anche dopo decenni.

Ma come funziona questo meccanismo e dove può incepparsi?

Innanzitutto possiamo concepire il lutto come un processo di elaborazione del pensiero, che secondo la psichiatra Elisabeth K. Rossi avviene in 4 fasi:

  1. La prima fase iniziale detta di NEGAZIONE, è derivata dallo shock del cambiamento di stato della situazione ma non solo degli affetti della persona che sta provando il lutto. Chiaramente più la morte è stata improvvisa e più ha determinato il cambiamento, più lo stato di negazione può prolungarsi nel tempo.
  2. La seconda fase viene detta della RICERCA, dove l’intenso desiderio di riunirsi al caro defunto viene accompagnato da sensazioni di ansia e disperazione.
  3. La terza fase, definita della RABBIA, è caratterizzata da un forte senso di ingiustizia, inoltre aumenta la tendenza al ritiro sociale, a sua volta causata da un senso di inadeguatezza e odio della comprensione da parte degli “altri” che non hanno mai avuto un lutto così importante.
  4. Infine, il RITORNO ALLA VITA. Con una riorganizzazione generale che necessariamente deve tagliare parte del passato.

Il blocco del lutto può avvenire durante una delle tre fasi, come abbiamo detto ad esempio la fase di negazione può prolungarsi, e addirittura permanere se la scomparsa ha determinato uno stravolgimento non solo affettivo, ma anche economico e sociale, come ad esempio capita quando la relazione è stata simbiotica.

Così come può fermarsi nella seconda fase, dove si evita la ricerca ansiosa di chi se ne è andato congelando le proprie emozioni, o sedandole tramite l’iperattività (lavorativa o sportiva) o tramite l’uso di sostanze.

Per quanto riguarda la terza fase, quella della rabbia, il blocco si insinua in due situazioni molto diverse:

  1. Quando il lutto è la conseguenza di un atto percepito come ingiusto e/o criminale.
  2. Quando alla base c’è già un problema di tipo depressivo, o comunque di scarsa gestione delle emozioni negative, che porta ad agganciarli su questo lutto per mantenere una reattività negativa nei confronti della vita.

I sintomi di un lutto non risolto sono numerosi e spesso non sono direttamente collegabili al lutto:

  • Depressione reattiva al lutto prolungata per anni
  • Apatia
  • Nostalgia verso il passato
  • Scarsa motivazione a intraprendere esperienze nuove
  • Chiusura sociale
  • Sintomi psicosomatici. Ad es.: la gastrite che simbolicamente rappresenta la difficoltà di digerire la perdita
  • Iperattività
  • Disturbi del sonno

 

Se stai leggendo questa sezione probabilmente hai subito un lutto o sei preoccupata per qualcuno che lo ha subito e che mostra i sintomi descritti nella sezione precedente. Per questo ritengo importante farti sapere che il lutto in terapia può essere elaborato anche a grande distanza di tempo e può portare alla riorganizzazione della propria vita.

In seduta, nel momento in cui abbiamo fatto luce sull’origine dei sintomi riportati dal paziente, creiamo assieme i passaggi che sono venuti a mancare in questa elaborazione, portando una  riflessione su cosa ci ha lasciato la persona che se ne è andata e su quali parole non siamo riusciti a dirgli. Inoltre ritengo preziosa la possibilità di creare un piccolo rituale di congedo dove finalmente ci si senta liberi di salutare il proprio caro.

La nostra capacità di elaborazione ricorda Kintsugi, la tecnica giapponese di riparazione degli oggetti tramite il riempimento delle crepe di metallo prezioso. L’oggetto riparato manterrà alla vista le sue crepe, ma esse anziché togliere valore all’oggetto gli porteranno una qualità diversa e preziosa.

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