Dismorfofobia: il disturbo dell’immagine corporea

Durante il mio incarico come psicologo per i disturbi alimentari mi sono imbattuta molto spesso in questa sorta di disturbo “nel disturbo”: la dismorfofobia. Con essa intendiamo una vera e propria dilatazione dell’immagine corporea che noi  percepiamo e il conseguente abbrutimento di essa.

Ma che cos’è l’immagine corporea?

Per immagine corporea o I.C. intendiamo come immaginiamo il nostro corpo, nella forma consistenza e nei confini con tutte le emozioni e i pensieri che ne derivano. Paul Shilder nel ‘35 parla del “modo in cui il nostro corpo ci appare”, una vera e propria rappresentazione quindi legata al nostro stato emotivo e alla nostra stima del proprio Sè.

Come funziona la dismorfofobia

La Dismorfofobia o Dismorfismo Corporeo  in genere comporta molta preoccupazione e un insana attenzione al dettaglio corporeo che a volte scatena veri e propri comportamenti “compensatori” atti a riparare l’immagine corporea, come ad esempio un estenuante sessione di ginnastica, oppure l’utilizzo di tecniche fai da te per ridurre il difetto fisico. Ci si preoccupa di quale sarà il giudizio degli altri all’esposizione del coro po’ o di quella parte del corpo percepita come inaccettabile.

Nella Dismorfofobia l’immagine corporea viene colpita diversamente, a seconda dell’area centrale del problema, ad esempio in anoressia riguardanquasi sempre tutto il corpo, mentre in bulimia il corpo ha delle parti decisamente più dilatate, quando invece si è subito bullismo, la distorsione può riguardare anche un dettaglio, ma lo stato di allerta verso di esso, sarà tanto è tale da compromettere in egual modo la qualità di vita. Questo disturbo colpisce una percentuale di popolazione compresa fra  l’1,7 e il 2,5%.

Quali sintomi comporta la dismorfofobia:

Come ho anticipitato, questo didisturbo mette in atto una serie di comportamenti disadattivi che presentano differenti gravità:

  • spendere molto tempo nel check allo specchio della zona del corpo bersagliata dalla dismorfofobia
  • Intraprendere comportamenti pericolosi mirati alla modifica corporea, fra cui:
  • Diete sconsiderate,
  • pratiche sportive estreme
  • uso di filler domestici non autorizzati
  • chirurgia estetica presso professionisti compiacenti.

Inoltre spesso porta ad episodi depressivi reattivi e ad isolamento sociale, che come sappiamo è una delle bestie nere dei nostri anni per quanto riguarda gli adolescenti.

Neurofisiologia dell’immagine corporea e della dismorfofobia

L’immagine corporea si forma Grazie a diverse aree cerebrali, dell’emIsfero destro che regola in generale le emozioni ed in particolare l’insula, responsabile della regolazione emotiva nei confronti delle percezioni visive. Altre aree ingaggiate nella costruzione dell’IC SONO la corteccia occipitale e dorsale, e quella prefrontale,  infine il lobo parietale inferiore che quando non funzionanosono responsabili delle distorsioni percettive.

inoltre da studi su Imaging sembra che chi soffre di DM  abbia mostrato alterazioni in aree deputate alla memoria e difficoltà di trasmissione  fra queste e la corteccia prefrontale.

Sembra centrale il ruolo della produzione serotoninergica, anche se ancora non è chiaro il meccanismo.

 

Quali fattori determinano l’alterazione dell’immagine corporea?

 

fattori psicologici:

Esistono diverse condizione che predispongono alla DM:

  • l’autostima oscillante a partire dal periodo dell’adolescenza in generale..
  • abusi in infanzia.
  • una ferita consolidata sulla propria autostima, come accade per le vittime di bullismo , per chi soffre di disturbi alimentari.
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Fobia e ritiro sociale.

 

fattori fisiologici:

Il cambiamento della forma del corpo in adolescenza  determina un relativo faticoso accomodamento nella psiche dell’adolescente. A volte, soprattutto quando il cambiamento è brusco , può occorrere diverso tempo prima che l’adolescente mentalizzi la nuova forma del corpo e questo causa un ulteriore problematica dovuta dalla goffaggine con cui si attraversa lo spazio.

Si può avvertire Difficoltà  di accettazione della propria immagine corporea  sia che lo sviluppo o crescita corporea sia precoce, sia che sia tardiva. In quanto il giudizio dell’altro rimane una tematica centrale nell’adolescente.

fattori famigliari:

il perfezionismo corporeo o l’eccessiva critica da parte dei genitori nei confronti della propria gestione del corpo(alimentazione e sport) , può causare seri danni sia per quanto riguarda l’umore sia per quanto riguarda la capacità di restare 8n equilibrio nel rapporto cibo corpo.

anche il corpo non conforme al resto della famiglia, una eventualità genetica non così rara, può peggiorare la propria IC, Sè questa differenza non viene ben moderata dai genitori.

fattori sociali:

Dall’adolescenza in poi, determinante è il confronto sociale del proprio corpo fra quello degli altri:

Quale impatto ha il corpo dell’adolescente di oggi fra i pari? È un corpo conforme oppure sfora nei parametri, come ad esempio l’altezza, oppure nel caso delle ragazze, lo sviluppo dei caratteri secondari, come ade esempio il seno. Ci troviamo.di.fronte.ad adolescenti.sotto attacco.mediarico.
Si sentono costretti a specchiarsi di fronte a sconosciuti nascosti al di là della.tastiera, a mostrare il loro corpo in costruzione scimmiottando la leggerezza tipica di chi è più popolare. se solo sapessero che anche i popolari soffrono nel mantenere quella competizione in attivo.

Cura della dismorfofobia

In questo articolo abbiamo parlato del profondo legame che esiste fra autostima è immagine corporea. In studio è facile notare cambiamenti positivi dell’immagine corporea in pazienti giunti a me per lavorare sulla propria stima di Sè.

Quando però tratto persone con un disturbo dismorfofobico, so già dall’inizio che oltre a lavorare per consolidare o addirittura per creare de novo un autostima, dovrò aiutare il paziente a riconoscere la critica sul corpo come un più generale segnale di allarme di abbassamento dell’autostima e quindi lavorare su cosa può aver influito su questa impennata verso il basso, cioè quali situazioni precedenti sono state vissute come conferma di quella brutta immagine di Sè prima ancora di arrivare al corpo.

Inoltre ritengo indispensabile una serie di strumenti che ho maturato negli anni del mio lavoro in ospedale per dare un esame di realtà a chi è soggetto a deformazione della percezione corporea. Questo prezioso kit, all’interno di una relazione sicura, come può essere la seduta in terapia, serve a suscitare dubbi sulle proprie percezioni.

…e come ci insegnano le sorelle Wachowski in Matrix, prima di ogni grande decisione c’è sempre un grande dubbio…..

Anoressia

Bulimia

La ferita del bullismo e la sua cura.

 

 

 

 

 

La ferita del bullismo e la sua cura.

Dovendo pensare a quale fattore traumatico in adolescenza determini il sintomo più persistente in terapia io penso al bullismo.
Penso a questo fenomeno così citato fra le testate giornalistiche, per prima cosa per la costellazione di sintomi psicologici che si porta dietro: depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, dismorfofobia spesso associata alla parte del corpo bersaglio del bullo, abuso di sostanze (per sedare la disregolazione emotiva), esplosioni emotive, tentativi di suicidio.https://it.wikipedia.org/wiki/Bullismo

Come si presenta la ferita del bullismo in psicoterapia

Questi sintomi spesso si presentano allacciati gli uni con gli altri suscitando grande preoccupazione di parte dei genitori. Genitori e adolescentiQuando ti trovi ad avere a che fare con la complicata matassa emotiva con cui i ragazzi ti portano la loro storia, ti rendi conto quanto sia difficile districarla e speri con tutto te stesso di riuscire a dare loro anche un briciolo di serenità all’interno di quella seduta. Il lavoro psicologico è lento ma non per questo interminabile, e quasi sicuramente ne rimarrà una cicatrice emotiva. Sarà per il fatto che non parliamo di un solo trauma ma ben si di un trauma ripetuto nel tempo che come una goccia cinese ha scavato nella personalità di chi è vittima del bullismo.

Come impatta sul corpo e sulla mente dell’adolescente la ferita del bullismo

Spesso accade che l’oggetto di derisione sia il corpo. In questo caso i genitori possono assistere inermi a radicali trasformazioni da parte del figlio, con perdite di peso pericolose che creano uno spartiacque fra L’adolescente sfigato e vergognoso e quello nuovo, più figo, che però non sente più niente. Hikikomori: adolescenti in ritiro sociale.Questa nuova versione impeccabile rifiuta la vecchia e con essa tutte le sue emozioni. In terapia quando mi occupo di bullismo mi capita spesso che si parli del passato con grande critica o addirittura ci si rifiuti di parlarne. Questa nuova immagine deve essere conforme a ciò che Instagram detta.

Che cosa può fare un genitore per arginare e prevenire questo rischio

Per prima cosa bisogna ascoltare e osservare.

Ascoltiamoli

È vero che gli adolescenti di default hanno momenti di mutacismo, anche prolungati, ma di tanto in tanto parlano anche loro. Ed è proprio in quegli attimi che si può intervenire in maniera strategica.

Il “come va?” Chiaramente non funziona, perché per rispondere a questa domanda basta solo una parola da cui l’adolescente si svincola rapidamente. Per tanto dobbiamo allenarci a trovare domande per cui non bastino un paio di sillabe per risposta. Personalmente ad esempio apprezzo molto la formula usata in “wonder” dai genitori durante i momenti di convivialità: “come è stata la tua giornata?”.
“La tua” sottolinea il fatto che ogni giornata ha la stessa importanza per tutti i membri della famiglia ed è fatta della stessa pasta della giornata dei genitori.
Formulare domande in un ottica di non giudizio aiuta a mettere in primo piano il punto di vista del proprio figlio: ad esempio, “ come pensi Sia andata? Avrebbe potuto andare meglio? Che cosa l’ha disturbata secondo te?”. Ricordiamoci che ogni scelta da parte dell’adolescente è una parte dell’adolescente stesso, e se critichiamo i suoi amici o i suoi progetti, per quanto possano essere bizzarri, stiamo criticando lui.

Osserviamoli

Per quanto riguarda l’osservazione deve essere rivolta a qualsiasi variazione di comportamento. Dorme? Mangia? Si lava? Questi sono importanti indicatori per quanto riguarda il disturbo dell’umore. Ricordiamoci che se il risultato della nostra osservazione è che c’è qualcosa che non va, vuol dire che è successo qualcosa.
E allora è importante comunicarlo, dirlo che siamo preoccupati. Dare disponibilità al dialogo e chiedere al l’adolescente quale condizione lo aiuterebbe. Perché ognuno ha i suoi tempi, ma anche i suoi spazi, come ad esempio quello psicologico, spesso richiesto dall’adolescente stesso.

23 Lug 2019
Abuso sessuale infantile in età adulta o in adolescenza

Nella sessione precedente ho parlato di come l’essere umano può reagire al trauma, cioè ad un evento improvviso in cui la persona ha sviluppato un forte senso di impotenza e di minaccia la propria integrità, fisica e/o psicologica. Dai sintomi del disturbo post traumatico da stress emerge il blocco dell’elaborazione dell’evento che porta ad una disconnessione fra reazioni fisiche, emozioni e pensieri. La mancata integrazione causa improvvise associazioni fra tutto ciò che può ricordare il trauma e queste tre parti. Come se l’organismo, non avendo potuto integrare una scena del trauma, continuasse in maniera meccanica e sconnessa a metterla in scena. Faccio questa premessa per introdurre la condizione purtroppo non così rara dell’abuso sessuale infantile mai elaborato. L’abuso sessuale come nel DPPS va a incidere sulla qualità della vita con sintomi molto simili. Ma a differenza di quest’ultimo è il corpo ad essere al centro della battaglia per la sopravvivenza. Come dice Stupiggia nel suo prezioso libro “Il corpo violato” ed La Meridiana 2015, in esso “il ricordo viene ‘incistato’ in una sorta di cosiddetta ‘memoria corporea’ e riemerge in maniera anarchica”.

La richiesta di aiuto in terapia nell’abuso sessuale.

La persona adulta che arriva in terapia può riportare pensieri spiacevoli, incubi, flash back, insonnia e ipervigilanza. Spesso si manifesta una strana reattività sessuale in presenza di determinati stimoli (che riportano al trauma) o, al contrario può manifestarsi un evitamento delle pratiche sessuali. In colloquio uno dei problemi dominanti è l’incapacità di integrare il sesso con le relazione affettive. Questa problematica può causare enorme disagio e portare a sua volta a un danno nelle relazioni amorose così come nello sviluppo della vita sessuale.

L’abuso sessuale infantile e le sue dinamiche.

 

Per abuso infantile intendo il coinvolgimento in attività sessuali in una vittima che per età non è consapevole delle proprie azioni e non è in grado di scegliere poiché sottoposta a costrizione fisica e/o psicologica. Spesso l’abusohttps://it.wikipedia.org/wiki/Abuso_minorile viene consumato dentro le pareti domestiche, a causa di un parente adulto di primo o secondo grado.

In altri casi può essere un punto di riferimento adulto esterno, come un insegnante o un allenatore. Nel primo caso il segreto viene perpetuato a danno della vittima per anni a causa della manipolazione che l’ “abuser” esercita tramite minacce di abbandono più o meno velate. Nel secondo caso invece può capitare con più facilità che la verità venga rivelata dal figlio e questo comporta comunque una prima elaborazione, anche se spesso “violenta”. Per le vittime dover parlare dell’abuso è infernale proprio perché non è elaborato. Proviamo a immaginare una comunicazione di questo tipo in un clima concitato come può essere quello all’interno di una famiglia scioccata dalla notizia.

Indicatori di riuscita in psicoterapia per elaborare l’abuso sessuale.

Non sempre l’abuso sessuale è dichiarato all’inizio in psicoterapia, proprio perché vissuto come parte estranea al proprio Sè, che però è incistata dentro di sé.

L’elaborazione di un abuso sessuale dipende dalle risposte alle seguenti domande:

  • A quanti anni è avvenuto l’abuso;
  • Quanto è stretta la relazione fra vittima e abuser;
  • Quali dinamiche familiari sono intercorse durante l’abuso;
  • Per quanto tempo si è protratto;
  • Che relazione ha avuto il paziente con il suo Care-giver (in genere la madre).

Queste domande purtroppo non possono essere poste immediatamente a meno che non si abbia una certezza ferrea che la persona che si ha di fronte sia pronta a rispondere, altrimenti sarà come sferrare un pugno nello stomaco.

Spesso la persona che diventa adulta in seguito a un evento di tale portata si è fatta forza con se stessa, ed è riuscita a costruirsi una vita ai limiti del possibile e del tollerabile. Ciò nonostante in terapia è necessario tenere da conto di quanto le parole, se non concordate assieme al paziente, possano “bruciare” il rapporto terapeutico.

Principi di trattamento con chi è stato abusato sessualmente.

Il mio intervento non solo deve consentire un luogo sicuro dove poter mettere le proprie parole e i propri pensieri, ma deve anche permettere al paziente di potervi uscire quando c’è n’è bisogno per “prendere fiato”. L’intimità come abbiamo visto,  per chi ha subito un abuso può essere infatti molto stressante anche in psicoterapia. In seguito gli elementi potranno tornare a galla alla rinfusa e ogni volta sarà come provare a ricomporre un puzzle stando bene attenti a non piegarne i pezzi.

Un pezzo alla volta e la persona inizierà a provare un senso di connessione all’inizio più superficiale, poi via via più profonda.

Un pezzo alla volta ci avvieremo al processo di integrazione della persona.

Questo consentirà al paziente abusato di tornare integro e recuperare il senso di dignità.

Occorre il tempo più congeniale al paziente per processare un abuso sessuale.

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21 Giu 2019
Fobia specifica

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Fobia_specifica

Possiamo definire la fobia specifica come un attacco di ansia. Sul piano somatico, avviene quindi una reazione del nervo vago che a sua volta scatena segnali corporei. I suoi sintomi,  come la tachicardia e la sudorazione nascono per combattere la sensazione di disagio verso uno stimolo (vedi il Disturbo da Attacco di panico). Si tratta di un disturbo abbastanza frequente che colpisce quasi il 10% della popolazione occidentale, per la maggior parte donne, e con l’età tende ad attenuarsi.

Lo stimolo scatenante può essere di varia natura: insetti, animali, situazioni, persone, oggetti e mezzi di trasporto.

La reazione di paura se continua nel tempo diventa affaticante e porta a comportamenti evitanti che possono peggiorare la qualità della vita.

Quali caratteristiche di personalità predispongono alla fobia specifica?

Essa nasce di solito in un tipo di personalità più votata al controllo della situazione tramite l’inibizione del proprio comportamento. Ci può essere inoltre una correlazione  all’abuso fisico o sessuale in età infantile. Inoltre può essere preceduta da un lutto importante, a cui si reagisce alzando le difese di controllo. Questo tipo di fobia di solito si scatena in seguito a un evento traumatico, in cui si collega lo stimolo a una sensazione di malessere. Nel peggiore dei casi in quel frangente è avvenuto un attacco di panico. Come nel Disturbo Post Traumatico da Stress basta assistere ad altre persone sottoposte al trauma, per mutuare la paura.

Quali sono le fobie specifiche?

Fra le varie Fobie specifiche le più comuni sono le fobie:

– del sangue (emofobia)

– degli insetti (entomofobia)

– degli animali (zoofobia)

– dei luoghi piccoli (claustrofobia)

– dei luoghi grandi (agorafobia)

– delle altezze (acrofobia)

– di viaggiare in aereo (avio fobia)

Come curare le fobie specifiche

Il trattamento si avvale di una conoscenza profonda della persona e dei suoi traumi, procedendo per una rielaborazione della storia personale. In seguito se la psicoterapia porta a un grado di fiducia elevato il coraggio aumenta e piano piano ci si espone allo stimolo fobico. Nei casi in cui si sente il bisogno di avere a fianco il terapeuta, procediamo assieme in sessioni di esposizione graduata dove il paziente rifà conoscenza dell’oggetto fobico.

Paura dell’aereo, Psicologa a Ravenna e Bologna

Attacchi di panico

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21 Giu 2019
Paura dell’aereo, Psicologa a Ravenna e Bologna


La paura dell’aereo può nascere dopo un volo non necessariamente turbolento ma che è stato codificato come “problematico” dal nostro cervello a causa della reazione di ansia sviluppata in seguito. Basta lo sguardo un po’ smarrito di una hostess (magari al suo primo volo) per evitare gli aeroporti anche per decine di anni… Fobia specifica

Come si struttura la paura dell’aereo.

Il cervello registra: aereo = disagio psicofisico, disagio psicofisico = pericolo e quindi per proprietà transitiva: aereo=pericolo.
Per arrivare a sciogliere questa formula il trattamento proposto è quello descritto nella sessione precedente.
Si può tornare a volare dopo anni di rinunce? Sì, si può.

A dire la verità io stessa per qualche anno ho sofferto di aviofobia, a causa di un volo un po’ tremolante ma del tutto sicuro. Quando grazie alla psicoterapia e qualche goccia di Xanax tornai a volare mi accorsi che senza l’ansia tutto era piuttosto normale. Mi resi quindi conto di quanto tempo avevo perso evitando di prendere gli aerei.

Alla vacanza successiva evitai lo Xanax, sostituendolo con un utilissimo libro di un collega, Luca Evangelisti, dal titolo “Mai più paura di volare”, che descrive con grande franchezza tutto quello che succede in aereo. Ciò mi riempì di coraggio. Trasformai così un’esperienza terrificante in una riscoperta divertente,  a partire dal finestrino panoramico per finire al mirabolante water con risucchio, meraviglia delle meraviglie…

Trattare la paura dell’aereo in prima persona.

Recentemente ho fatto esperienza di accompagnamento di un mio paziente sull’aereo, lo step finale nella risoluzione della fobia dei mezzi di trasporto, e devo dire che è stata una delle esperienze più gratificanti della mia vita.

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02 Giu 2019
Hikikomori: adolescenti in ritiro sociale.

https://it.wikipedia.org/wiki/Hikikomori

Questo termine giapponese significa “evaporato”, e descrive perfettamente l’idea della scomparsa dell’adolescente dal mondo, ma nello stesso tempo dà idea dell’evanescenza con cui questi ragazzi affrontano le responsabilità della vita.

La prima volta che sentii parlare di questo fenomeno fu 15 anni fa e l’eco proveniva dal Giappone, ai miei occhi una terra piena di tradizioni affascinanti, ma anche ipertecnologicizzata e per certi aspetti  spersonalizzata. Mai avrei pensato di parlare di Hikikomori in Italia. Adolescenti in ritiro sociale: il fenomeno è arrivato anche da noi, a causa di come è cambiata la famiglia e la società.

Forse davvero per certi aspetti stiamo diventando sempre più simili ai giapponesi…

CHE COSA SIGNIFICA HIKIKOMORI

Per definizione si tratta di un ritiro sociale prolungato (almeno sei mesi) con esordio in adolescenza che porta all’abbandono scolastico.

L’Hikikomori nasce da una combinazione di fattori.

Da una parte la mancanza di conflitto e la resa famigliare verso il figlio, che per reazione collaterale non riesce più ad affrontare il conflitto al di fuori della famiglia.

Dall’altra l’ipertecnologia che connette tutto e tutti in una rete priva di linguaggio emotivo e di intenzione.

L’adolescente entra nella gabbia e butta la chiave, non desidera più niente che non sia materiale, ha paura di tutto perciò preferisce non crescere.

Ruggisce ai genitori perché in questa relazione lui si dà l’illusione di poter ancora controllare qualcosa ed essi gli s’inchinano per la sotterranea paura che lui possa morire.

COME AIUTARE GLI HIKIKOMORI

Trovo difficile che un Hikikomori chieda aiuto da solo. È più probabile che siano i genitori a farlo e questo ovviamente può ostacolare l’alleanza terapeutica. Per questo propongo almeno nella fase iniziale della psicoterapia la web therapy, perché appunto si svolge nel suo canale preferenziale: internet. Successivamente sarebbe opportuna la terapia domiciliare e infine quella in studio.

Adolescenti in ritiro sociale.

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05 Mag 2019
Stress post traumatico

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Disturbo_da_stress_post-traumatico

Quando si subisce un evento traumatico?

Quando quest’ultimo non può essere elaborato  a causa della drammaticità oggettiva oppure dall’impatto sulla psiche (cioè sull’insieme delle sue credenze e dei suoi ricordi). Non è necessario che la persona sia esposta direttamente, è sufficiente venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un amico o al proprio partner, oppure ascoltare più e più volte la versione cruenta da parte di un terzo. Basta questo per mettere la persona di fronte la morte, o la minaccia di morte, ma anche al pericolo per l’integrità personale.

Cosa succede quando subiamo un trauma?

Dentro di noi avviene un non elaborato, cioè viene a mancare la connessione fra ricordo, pensiero, emozione e reazione fisiologica.

Quando la psiche non è abbastanza “resistente”, oppure quando l’evento assume qualità catastrofiche o percepite come tali, inizierà una serie di sintomi che si attenueranno col tempo, ma fino a un certo punto.

Disturbo da stress post traumatico.

Si parla di DSPT quando questi sintomi permangono per almeno un mese.

L’emozione predominante è la paura.

La vittima continua a rivivere il trauma giorno dopo giorno.

A causa del cortocircuito psico-fisiologico emergono dei sintomi che possono inficiare la qualità della vita anche gravemente:

  • Immagini mentali, pensieri spiacevoli
  • Incubi
  • Flash back: disagio psicologico e reattività fisiologica che possono portare alla perdita della consapevolezza di dove o quando ci si trova. Esso si attiva quando ci si avvicina:
    • a pensieri ed emozioni che ricordano il trauma
    • a situazioni o oggetti o persone che ricordano il trauma
  • Evitamento delle situazioni, degli oggetti o delle persone che ricordano il trauma
  • Soppressione dei ricordi e delle emozioni negative intense legate all’evento tramite uso di sedativi, alcool, droghe oppure la compulsione lavorativa o sessuale
  • Difficoltà ad addormentarsi
  • Difficoltà di concentrazione
  • Iper vigilanza

 

E adesso passiamo alla ferita del sé.

Oltre alla paura possono svilupparsi altri sentimenti negativi, come la rabbia per se stessi, sia che l’evento traumatico sia dipeso dalla persona, sia che essa sia mera vittima degli eventi. Esiste infatti una sindrome denominata “del superstite” che compare nelle persone quando sono le uniche a salvarsi, che porta sentimenti di colpa e di ingiustizia per l’immeritata salvezza rispetto alle altre vittime. Anche la visione degli altri può mutare, a volte per via della difficoltà di relazione che si sviluppano in seguito ai comportamenti di evitanti, a volte per l’invidia che può svilupparsi verso “chi non è stato toccato da un fato vendicativo che ci ha preso di mira”.

Quando la ferita del Sé non riesce a rimarginarsi, la persona può sviluppare un episodio depressivo.

 

La terapia

Al di là della terapia farmacologica che può attenuare i sintomi depressivi e dare respiro nella percezione degli eventi, una psicoterapia può fare moltissimo per risolvere i sintomi e migliorare la qualità della vita.

Di seguito riporto quali passaggi cruciali portano l’elaborazione del trauma in terapia:

  • Provvedere a un luogo sicuro fra paziente e terapeuta che porti gradualmente ad abbassare le difese e la tendenza all’evitamento;
  • La narrazione dell’episodio depressivo più e più volte durante il percorso da parte del paziente (questo porta ad arricchire di significati più digeribili l’evento);
  • L’introduzione del trauma come parte della storia del paziente (poiché spesso i pazienti tracciano una linea spartiacque fra la vita prima e quella dopo, e questo non fa che indebolire il senso di identità della persona);
  • L’introduzione del vissuto traumatico come risultato della particolare elaborazione fatta con quella specifica personalità derivata da quella specifica storia personale;
  • La presa in carico dei sintomi psicologici con una valutazione delle risorse personali;
  • Il problem solving “a due teste” su tutti gli ostacoli che il ricordo traumatico pone nella vita della persona.

Nel test dell’albero, un test grafico che viene utilizzato per avere un quadro generale dello sviluppo della personalità, se la persona ha subito un trauma solitamente disegna un tronco con una sorta di buco cavo in mezzo. In seguito alla terapia il disegno non cambia, ma quel buco spesso si riempie di venature e in qualche caso anche di animaletti.

Dopo il percorso terapeutico il trauma, come quel buco, si riempie di significato, accoglie nuove forma di vita e identifica l’albero in mezzo agli altri alberi.

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04 Mag 2019
Dermatite atopica

Ho scelto di lavorare con pazienti affetti da questa malattia, con profonda ammirazione per l’immenso coraggio di chi ne soffre nell’affrontare il quotidiano in questa prigione di dolore.

Inoltre, sebbene la dermatite abbia origini genetiche, presenta anche fattori di mantenimento di tipo psicologico e per noi psicologi rientra nella categoria delle psicosomatosi  in quanto peggiora con lo stress.

Che cos’è la dermatite atopica.

La dermatite atopica è una manifestazione cutanea improvvisa con carattere infiammatorio e doloroso, e comporta una desquamazione che causa un rossore visibile.

Essa compare in infanzia e chi ne soffre è destinato a conviverci sino in vecchiaia anche se, come molte malattie a carattere immunitario, tende a calmierarsi con l’età. Se pensiamo però a quanto spesso sia concatenata la dermatite ad altre patologie di tipo allergico, dobbiamo immaginare per chi ne soffre una cartella medica variegata. L’esperienza di malattia si può inoltre palesare improvvisamente e occupare spazi altrimenti dedicati ai propri interessi e alla propria crescita personale.

 

Influenza psiche-corpo nella dermatite atopica.

Sul piano psicologico sembra esserci un collegamento tra questa malattia e un tipo di personalità che per evitare l’abbandono da parte dell’altro evita il conflitto diretto.

Perciò la psiche interviene più volte nell’andamento della dermatite.

Quando non si riesce a tollerare il confronto con l’altro, esso diventa fonte di stress. Quest’ultimo a sua volta farà aumentare la reazione allergica da parte del corpo ed essa farà aumentare lo stato di imbarazzo dovuto al rossore che sottolineerà il disagio di fronte all’interlocutore. Oltre all’arrossamento evidente esiste una serie di situazioni considerate molto imbarazzanti che i pazienti tendono a sabotare precludendosi momenti importanti nella relazione con l’altro. Ad esempio si tende a evitare la vicinanza fisica o l’abbraccio con persone conosciute da poco per paura che le squame “sporchino” i vestiti.

In altri casi invece al contrario si tace sul dolore che può dare un abbraccio nei giorni di maggiore stress per non ferire l’altro: a denti stretti, ingoiando un dolore compagno di vita, ma non per questo più comprensivo.

Il lavoro con pazienti con dermatite deve intervenire sulla stima di Sé, sull’assertività, ma anche sull’esame di realtà. Inoltre, è molto importante liberare dalla colpa il paziente, perché purtroppo può accadere che egli, proprio perché a conoscenza dell’origine psicosomatica, si accusi di incapacità. Le modalità di intervento sono due: la principale è la psicoterapia individuale ma ritengo molto utile anche la psicoterapia di gruppo, specialmente per il confronto sulla malattia che altrimenti non avverrebbe, poiché come abbiamo visto è molto difficile che chi ne soffre esca allo scoperto dichiarandolo al mondo

Quando penso alla psicoterapia con pazienti affetti da dermatite mi viene in mente una vecchia immagine dove un topolino si guarda allo specchio ma al posto della sua immagine vi è riflesso un leone.

Depressione

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01 Mag 2019
Genitori e adolescenti

Oggi giorno, grazie ai social, si parla molto dei problemi con i figli, a volte tramite l’uso di strumenti adeguati ed altre, tramite una lente deformata dall’angoscia.

Ciò che descriverò ora non si applica a tutte le famiglie che vedo, perché ogni famiglia e ogni adolescente ha la sua storia.

Quello di cui sto per parlare è una generalizzazione, ma nasce da una profonda riflessione da psicoterapeuta fatta assieme ai miei colleghi durante le supervisioni e dai  fatti di cronaca che imperversano sempre più sulle testate giornalistiche.

Genitori e figli: Come è cambiata la famiglia nel tempo.

In questi ultimi 40 anni la famiglia ha sperimentato livelli di fragilità sempre più profondi.

Se prima i ruoli erano ben definiti dalla società e dai grandi eventi, successivamente, in un clima di possibilismo, la bussola si è persa e con essa anche il senso di identità individuale e famigliare. Certo un tempo la rigidità lasciava ben poco spazio alla creatività personale, però forniva una serie di comportamenti e rituali sui quali si potevano strutturare le personalità dei figli. Oggi questo accade poco, inoltre spesso c’è un eccesso di immedesimazione emotiva da parte del genitore e viene a mancare la distanza sana fra genitore e figlio. Durante l’infanzia si sviluppa un eccessivo allarme per tutti i normali conflitti che il figlio vive con i pari o con gli insegnanti. Perciò il carattere viene determinato più in base alla pressione esterna alla famiglia che a quella interna. Viene a mancare il conflitto funzionale, cioè quella discussione fra genitori e figli, che termina con una costruzione oppure in un’esplosione.

Cosa determina il cambiamento della famiglia sullo sviluppo psicologico del figlio.

Prendiamo il primo caso, la mancanza di conflitto sano. Possiamo immaginare una sorta di colla che appiccica tutti i membri della famiglia e che trattiene qualsiasi movimento. In apparenza va tutto bene, in sostanza nessuno dichiara apertamente quello che pensa, le regole non servono perché tanto bene o male non si oltre passerebbero mai o al contrario si trasgredirebbero sempre.

Questo purtroppo al di fuori della famiglia porta a grandissime difficoltà di tolleranza di tutte quelle situazioni di confronto non solo coi pari, ma anche con gli insegnanti e tutte le figure di riferimento adulte. Purtroppo a volte il disagio viene letto in chiave allarmistica e la famiglia si pone in difensiva nei confronti del mondo esterno,  trasmettendo al figlio che il problema sia più grande di lui.

Prendiamo adesso in considerazione il fenomeno dell’esplosione emotiva.

L’esplosione emotiva è una reazione spropositata di fronte a una discussione in cui non si riesce a controllare la rabbia. Essa si manifesta con urla, agitazione motoria ma anche col pianto, come spesso avviene con le femmine. Per capire come funziona dobbiamo pensare al cervello dell’adolescente e alla sua corteccia prefrontale ancora immatura. Questa particolare regione è deputata alla valutazione delle azioni a lungo termine e quindi responsabile del pensiero che noi mettiamo fra l’impulso e l’azione. Dobbiamo anche sapere che sebbene di per sé l’esplosione emotiva sia poco funzionale, essa è anche una forma di comunicazione in adolescenza e avviene prevalentemente dentro la famiglia. Al suo termine lascia strascichi emotivi negativi, ma in verità è proprio ciò che ruota attorno ad essa che determina il suo potenziale distruttivo.

Esplosione emotiva: come trattarla.

Pensando a questa perturbazione tipica dell’adolescenza, mi viene sempre in mente una mia amica infermiera che durante un colloquio a tutto volume con un utente particolarmente agitato iniziò a rispondere con un tono sempre più basso, fino a quando per forza il suo interlocutore dovette abbassare la voce per sentirla.

Questo esempio è furbo, anche se ovviamente alla lunga poco replicabile, ma trovo che sia il suo principio ad essere molto prezioso: ad ogni situazione possiamo reagire in mille modi diversi.

In psicoterapia ritengo perciò importante capire cosa succede prima e dopo l’esplosione.

Ad esempio prima dell’esplosione: la famiglia ha consentito ad altre forme di comunicazione? I genitori assumono un atteggiamento calmo oppure loro per primi utilizzano l’esplosione emotiva per comunicare?

Ad esempio dopo l’esplosione: c’è possibilità di riparlare di quanto avvenuto? I familiari sono intervenuti reprimendo il comportamento sul momento o successivamente? La famiglia tende a identificare il figlio con le sue esplosioni (ad es: sei fatto così non c’è niente da fare)?

Tutte queste domande e molte altre sono fondamentali per capire quale solco traccerà l’esplosione nell’andamento familiare.

Bisogna in buona sostanza capire cosa fa la famiglia dell’esplosione emotiva, cioè quale cornice gli darà per chiederci se essa sarà la migliore o ci sarebbe stato di meglio.

Ricordiamoci sempre che un brutto quadro con una signora cornice può diventare un oggetto di valore.

Quali variabili psicologiche e sociali determinano le esplosioni emotive.

Sintetizzare qui le ragioni sottostanti alle esplosioni emotive è impossibile, ma ci tengo a riportare a grandi linee quali sono le massime perturbazioni incontrate da un adolescente di oggi e le sue conseguenze.

  • Mancanza di conflitto sano prima in casa e poi fuori, con i pari.
  • Mancanza dei ruoli definiti all’interno della famiglia e perdita del riconoscimento dei ruoli degli adulti al di fuori di essa: ciò a sua volta causa serie difficoltà di rapporto con i professori, allenatori e adulti in generale.
  • Cattiva gestione delle separazioni e dei divorzi, con accuse reciproche e ghosting da parte del genitore che se ne va.
  • Bullismo e cyber bullismo.
  • Incapacità di tollerare le frustrazioni esterne e riversamento sui genitori della rabbia conseguente.
  • Mercificazione della sessualità, come moneta di scambio sociale.
  • Super investimento nell’immagine di sé.
  • Disprezzo dell’immagine di sé a causa del fallimento nel confronto con le icone social.
  • Uso del corpo per esprimere emozioni tramite:
    • Autolesionismo
    • Anoressia
    • Vigoressia (eccessiva preoccupazione del proprio vigore fisico).
    • Tatuaggi e piercing praticati compulsivamente.
  • Depressione reattiva da:
    • esperienze fallimentari coi pari e con la scuola non elaborate;
    • mancanza di piacere verso la vita in quanto mai conquistata perché essendo tutto concesso dalla famiglia da sempre, perde di valore;
    • conflitto disfunzionale fra i genitori e fra essi e i figli.
  • Utilizzo di sostanze psicoattive, come moneta sociale, ma anche come sedativo emotivo all’ansia di affrontare il mondo, con la fregatura che a lungo termine oltre a provocare cali nella prestazione della memoria, può portare a ridurre drasticamente la produzione della serotonina, per cui :
    • Depressione
    • Irritazione e rabbia
    • Disturbi del sonno ecc..

Prospettive di cambiamento in terapia.

Certo l’adolescente di oggi non nasce fortunato, però c’è un gran margine di lavoro per poterlo aiutare a diventare un adulto più forte. Un percorso articolato che deve avere uno spazio dedicato alla famiglia, per aiutarla a ristabilire una routine sana. Che i ruoli tornino a caposaldo delle interazioni, ma soprattutto che venga riconosciuto il principio di autoregolazione del figlio. Con esso si intende una sorta di equipaggiamento di “sopravvivenza psicologica” che ogni essere umano ha in dotazione e che consente di elaborare autonomamente le esperienze e ad apprendere da esse.

Questo principio è anche il fondante della psicoterapia con l’adolescente, che è prima di tutto una persona.

La presa in carico dell’adolescente comporta la comunicazione con i genitori con sedute una tantum, ma in caso di gravità dei sintomi è necessaria una presa in carico della coppia da parte di un collega in collaborazione, per un percorso più a carattere psico-educativo che accompagni la famiglia nel cambiamento del figlio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Genitorialit%C3%A0

La ferita del bullismo e la sua cura.

Hikikomori: adolescenti in ritiro sociale.

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01 Mag 2019
Disturbo Disforico Premestruale

Il disturbo disforico premestrual fino a poco tempo fa era considerato una sorta di leggenda metropolitana, sostenuta dal fatto che i primi studi riportavano percentuali significative bassissime fra le donne, forse per la scarsa divulgazione della diagnosi, oppure per la tendenza tutta al femminile a normalizzare la sofferenza come inevitabile fenomeno del ciclo di vita. Nella penultima edizione del Diagnostic Statistic Manual V questo disturbo è enumerato fra i disturbi depressivi, il che ci dice molto dell’incidenza del Disturbo Disforico Premestruale o DDPM nella qualità della vita delle donne.

Ma vediamo da vicino di cosa si tratta.

Per DPPM intendo una costellazione di sintomi presenti nel periodo precedente l’inizio del ciclo come ad esempio:

  • Depressione
  • Irritabilità
  • Rabbia
  • Labilità affettiva
  • Ritenzione idrica
  • Dolore muscolare
  • Difficoltà di concentrazione
  • Variazione dell’appetito e del sonno
  • Diminuzione degli interessi
  • Letargia

 

Almeno 5 di questi devono essere presenti e non deve mancare uno o più dei sintomi umorali.

Nella mia esperienza, l’80% circa delle pazienti con depressione portavano un aggravamento dei sintomi in fase premestruale, ma solo 2 pazienti su 10 nonostante sapessero di cosa si trattasse erano consapevoli di soffrirne.

Il disturbo disforico premestruale può attenuarsi molto, e in alcuni casi scomparire, tramite la psicoterapia grazie a diversi strumenti messi a punto nel tempo:

  • Psico-educazione sul DDPM (cos’è, come funziona, quali integratori utili)
  • Monitoraggio sui cicli mestruali
  • Monitoraggio e rielaborazione dei pensieri disfunzionali
  • Presentazione del modello cognitivo su come funziona l’ansia e la depressione in DPPS
  • Collaborazione col ginecologo di riferimento
01 Mag 2019
Bulimia

Questo disturbo della nutrizione e dell’alimentazione ha alcune similitudini con l’anoressia ma anche profonde differenze rispetto la percezione di sé e del proprio sintomo.

Partiamo dagli aspetti in comune con l’anoressia:

  • La paura di ingrassare
  • L’immagine corporea deformata
  • L’autostima oscillante in base al peso

 

Inoltre, secondo il DSM V, la bulimia è caratterizzata da:

  • Ricorrenti abbuffate almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi.
  • Sensazione di perdita di controllo durante le abbuffate.
  • Strategie compensatorie dopo le abbuffate:
    • Vomito
    • Lassativi
    • Diuretici
    • Esercizio fisico convulso

 

Gli eventi scatenanti

Solitamente questo disturbo inizia in tarda infanzia o adolescenza e può essere scatenato anche da un evento stressante a volte talmente grave da poter essere definito trauma:

  • Problematiche famigliari
  • Difficoltà relazionali
  • Difficoltà scolastiche
  • Bullismo
  • Violenze fisiche o sessuali
  • Abusi sessuali
  • Lutti gravi

 

Per il resto sul piano psicologico ciò che caratterizza la bulimia e la distingue dall’anoressia è il caos emotivo e il senso di vergogna a causa della propria immagine e dell’uso delle suddette “strategie compensatorie” all’alimentazione.

Inoltre la bulimia al contrario dell’anoressia è invisibile.

Chi ne soffre difficilmente è sottopeso e quando lo raggiunge non arriva quasi mai a cali preoccupanti. Tutto avviene di nascosto. A volte l’abbuffata è organizzata, altre volte no. Il resto avviene per lo più in una stanza chiusa a chiave. Ci sono casi in cui i genitori o il partner non lo scopriranno mai. Io stessa in alcuni casi sono venuto a saperlo dopo molto tempo in terapia.

Non è facile confessarlo.

Ci vuole coraggio, tanto coraggio, per dire all’altro che la persona che ha davanti è solo un involucro di qualcosa di più molle, indefinito e poco domabile. Si dà per certo che là fuori nessuno lo accetterà.

Eppure aprirsi è un passo essenziale per guarire.

Successivamente in terapia si fa squadra per arginare la pulsione, combattere la dipendenza dal vomito e infine a regolare le emozioni.

Questo passaggio è fondamentale, perché l’abbuffata funziona come un salva vita emozionale di fronte a un sovraccarico emotivo. L’aumento della serotonina a causa dell’apporto dei carboidrati assieme alle endorfine dovute al vomito porta a una sorta di ripristino emotivo che parte da uno stato di relax molto simile a quello successivo a una sessione di jogging.

Possiamo parlare quindi di una dipendenza dal vomito, motivo per il quale bisognerebbe sentirsi molto orgogliosi di sé per tutto quello che si mette in atto allo scopo di sconfiggerla, ma ciò non sempre avviene a causa dei vissuti fallimentari nei confronti del corpo e del peso.

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01 Mag 2019
Anoressia

L’anoressia è una malattia psichica caratterizzata dall’intensa paura di prendere peso, da un’autostima strettamente dipendente dal peso e, di conseguenza, un regime alimentare via via sempre più ferreo. Essa colpisce in prevalenza le femmine, mentre la percentuale maschile è fra il 5 e il 10% rispetto il totale. Si tratta di una malattia subdola che ha radici genetiche evidenti ancora poco spiegate, tant’è che chi ha familiari di 1° grado con questa malattia ha una probabilità 11 volte superiore di diventare anoressico. https://it.wikipedia.org/wiki/Anoressia

Inoltre nella mia pratica ambulatoriale da psicologa, ho osservato diversi casi con la compresenza del disturbo depressivo o ossessivo compulsivo o di disturbi alimentari, in uno dei genitori o persino negli zii o nei nonni.

Come sappiamo il sintomo più evidente, che porta la famiglia a sviluppare un allarme, è il calo ponderale drastico causato da una dieta ipocalorica protratta nel tempo.

Quali sono i sintomi dell’anoressia nervosa?

Oltre al calo ponderale anche il corpo emette dei segnali di allarme che alla lunga divengono preoccupanti, ma questi a volte sono più visibili agli occhi dei curanti, poiché la famiglia può fare più fatica a collegarli alla denutrizione.

Questi sono:

  • l’amenorrea (che nell’ultima versione del DSM ha perso il suo valore diagnostico in quanto non sempre si riscontra);
  • l’osteopenia (riduzione del calcio nelle ossa) e l’osteoporosi, entrambi derivati dal prolungamento dell’amenorrea;
  • squilibri elettrofisici, dovuti alla prevalenza di alcuni nutrienti rispetto ad altri, anche nei casi in cui oltre ad il cibo si rinuncia, oppure se ne usufruisce in quantità esagerata;
  • scarsa motilità intestinale, e quindi stitichezza e possibilità di fecalomi;
  • sbilanciamento ormonale con perdita dei caratteri sessuali secondari, crescita di peluria in tutto il corpo e diradamento dei capelli;
  • interruzione dello sviluppo sessuale anche irreversibile (ad esempio nel caso meno frequente di anoressia infantile, l’aspetto assunto in età adulta resta invariato, altezza compresa);
  • debolezza cardiaca con possibilità di infarto anche in giovane età.

Gli esordi dell’anoressia

I picchi di esordio sono due: verso i 12 anni (a volte anche prima) e verso i 18. Se tutto va bene il problema è notato, discusso e condiviso in famiglia e da quel punto in avanti parte la cura. Se preso in tempo la cura può avvalersi di uno psicoterapeuta, un neuropsichiatra ed un nutrizionista. Queste ultime due figure possono essere reperibili anche sul pubblico, mentre solitamente l’intervento psicologico ambulatoriale si ferma alla diagnosi e al monitoraggio. Piano piano si può riprendere peso e fare tesoro dell’episodio scoprendo le dinamiche personali, sociali o familiari che lo hanno facilitato, e quali sono gli strumenti personali idonei a combattere un’eventuale ricaduta.

La terapia dell’anoressia: dall’ambulatorio al ricovero nei casi più gravi

Quando ci si accorge troppo tardi del disturbo alimentare, la consapevolezza del pericolo si fa schiacciante. Bisogna intervenire spesso col figlio recalcitrante e pronto a venire ai patti, mercanteggiando le quantità di cibo allo scopo di rinviare la data della visita medica successiva. Chiaramente queste promesse non fanno altro che aggravare la situazione: il peso perso a un certo punto porterà a una serie di sedute a stretto giro presso gli ambulatori del territorio per la cura dei DCA. Fino ad arrivare a un ricovero per il figlio e quindi, se si tratta di minore, per tutta la famiglia. Questo agli occhi dei genitori sembra rappresentare il passo certo verso la guarigione del figlio anoressico. Spesso però agli occhi del figlio la degenza avrà l’aspetto a metà fra un carcere e un campo di addestramento dove sarà costretto a ingrassare senza controllo.

In verità durante la degenza specialistica inizia tutto un percorso attorno al paziente, sia psicologico che alimentare. Potremmo usare come metafora l’utero materno, dove ci si prepara per una seconda volta al mondo esterno, nutriti nel corpo e nella psiche. In questa fase finalmente il genitore può sentirsi sgravato dal peso di dover “salvare” il proprio figlio, lasciandolo in mano a curanti che sanno il fatto proprio.

Il vissuto del ricovero

Quando lavoravo in ospedale guardando le interazioni fra i pazienti appena arrivati e il resto delle persone mi veniva sempre in testa una scena da film: immaginavo che questi ragazzi giacessero immobili sul fondo di una piscina e da quel luogo così innaturale tentassero di capire le parole di chi dal bordo urlava loro di uscire.

Il deperimento del corpo da una parte porta a un distacco da tutto e tutti, ma dall’altra, quella meno visibile, porta al raduno di tutte le energie mentali per pensare al cibo e tentare di controllare la dieta.

Nel frattempo il genitore torna a respirare per un po’ fino a quando si giunge alla data di dimissione e qui le reazioni della famiglia e del figlio possono essere davvero molto contrapposte. Se quest’ultimo può viverla come una specie di scarcerazione, il genitore può essere terrorizzato all’idea di dover gestire i sintomi di controllo sul cibo da solo. Dovranno almeno in parte ricrearsi i ritmi sicuri dei pasti che il giovane paziente condivideva assieme agli altri ricoverati e ai curanti.  Inoltre è bene iniziare quanto più possibile una psicoterapia, proprio perché i “demoni” dell’anoressia sono sopiti ma non del tutto sconfitti.

La psicoterapia dell’anoressia

In collaborazione tra psicoterapeuta, medico e nutrizionista possiamo assistere al rifiorire della persona, anche se ‘occorrerà del tempo per recuperare il tempo perso.’ Voglio usare questo gioco di parole per spiegare come l’anoressia non rappresenti solo un problema sul peso, ma anche un blocco nello sviluppo psicosociale che inevitabilmente porta a un ritardo. Più tempo si è stati anoressici è più ritardo si è accumulato.

È perciò abbastanza normale assistere a crisi adolescenziali in pazienti di 20 anni e più durante la psicoterapia.

Non solo, ma anche le relazioni sentimentali spesso prima della malattia sono inesistenti, proprio perché il corpo denutrito porta a una diminuzione di libido e quindi di attrazione verso l’altro. Perciò tutto dopo la malattia risulta abbastanza nuovo e fonte di ansia.

Proprio per questo, onde evitare ricadute è molto importante concentrarsi sulle esperienze e sull’autonomia.

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01 Mag 2019
Tricotillomania

Questo nome così complicato identifica l’irrefrenabile bisogno di strapparsi capelli o sopracciglia. Fortunatamente accade di rado che le due tipologie siano assieme, poiché spesso la parte del corpo colpita viene deturpata a causa di estirpazioni metodiche e ricorrenti.

Come funziona la tricotillomania

Questo disturbo funziona su due binari.

Da una parte c’è lo “strappamento” premeditato con una sensazione di piacere che non è legata solo al dolore della pelle, ma anche al tenere in mano e/o manipolare il pelo (in certi casi fino a mangiarlo). Dall’altra parte c’è il gesto automatico, ad esempio nei momenti in cui si deve prestare attenzione all’altro (come a scuola) o si è concentrati nei propri pensieri. Il risultato a lungo termine di quest’operazione è il graduale sfoltimento dei capelli con la comparsa di aree più danneggiate con alopecia e nel caso delle sopracciglia a un certo punto non ricrescono più. Il DSM V (manuale di riferimento psichiatrico americano) lo inserisce fra i disturbi ossessivo-compulsivi, proprio per l’incapacità di stoppare questo comportamento. Spesso chi ne soffre può soffrire anche di depressione, ansia e/o disturbi alimentari. In generale, egli è comunque pervaso da un senso di vergogna per il suo comportamento. Essendo questo disturbo a esordio infantile o adolescenziale, questo può significare una marcata tendenza all’isolamento sociale, e nei casi più gravi una maggiore esposizione al bullismo.

Le conseguenze psicologiche della tricotillomania

Quando in studio arriva un adolescente o un adulto con un problema di alopecia, la prima cosa che penso è che il bagaglio che si porta dietro sia pesantissimo. La persona che mi trovo davanti avrà certamente fatto più e più volte esperienza della frustrazione e della non accettazione, perciò probabilmente si sarà adattata ad essa, prendendo misure cautelari.

Le impercettibili distanze con l’altro servono a mantenere in superficie la relazione e nello stesso momento anche il controllo di quello che accade.

In generale trovo fondamentale rispettare la giusta distanza del paziente, in questo caso servirà a ricostruire la storia della resistenza a tutti gli attacchi personali, a condividere le personali tecniche di coverage delle zone ripulite dai capelli, a deporre gli scudi per tirare un sospiro di sollievo dal mondo e un po’ alla volta sperimentare strategie di cambiamento.

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01 Mag 2019
Disturbo ossessivo compulsivo

Si tratta di un disturbo che riguarda ossessioni e a volte anche compulsioni.

Parliamo di ossessioni quando ci troviamo regolarmente a fare pensieri intrusivi su improbabili e future minacce che in quel momento avvertiamo come reali. Queste minacce appaiono sotto forma di scene mentali caratterizzate da veri e propri discorsi interni.

Per compulsioni invece intendiamo una serie ripetuta di agiti di cui non riusciamo a fare a meno, perché in profondità servono a scaricare la tensione interna. Quello che però si percepisce è che se non metteremo in atto quel determinato comportamento le cose andranno irrimediabilmente male. In pratica è come avere una sorta di colonnello che comanda anche se non c’è nessuna guerra e finché non eseguiamo i suoi compiti questo continuerà a minacciare punizioni sempre più spaventose.

Il pensiero ossessivo

Questo fenomeno è presente nell’arco della giornata per almeno un’ora, anche se spesso occupa molto più spazio fino a diventare invalidante per la qualità della vita della persona. Essendo inoltre i pensieri ossessivi sempre carichi di ansia, possiamo immaginare quanto possa essere stremante la vita per una persona che ne soffre.

Ecco di seguito una forma estrema di pensiero ossessivo:

“Se non controllerai 10 volte la manopola del gas, non solo esploderà il tuo appartamento ma anche tutto il palazzo e tu sarai responsabile anche della morte dei tuoi vicini”.

È interessante notare che se nel Disturbo di Personalità Dipendente si elude qualsiasi responsabilità, in questo caso ci si carica sulle spalle tutta la responsabilità possibile. Volendo trovare un’immagine rappresentativa nella storia dell’arte, sceglierei quella dell’Atlante di Palazzo Farnese a Roma, che nello sforzo di sorreggere il mondo deve flettere la testa, e quindi avere una visione di ciò che lo circonda abbastanza precaria.

A un certo punto, come nel Disturbo da Attacco di Panico non curato, l’idea dominante è di essere schiacciati dal problema, di non avere nessuna possibilità che la vita cambi, e questo a sua volta può portare a una seconda diagnosi di depressione.

Nella psicoterapia per il Disturbo Ossessivo Compulsivo è importante all’inizio lavorare più e più volte sulle aspettative temporali di guarigione.

È importante perché se da una parte si arriva in terapia con una visione semidesertica sulla possibilità di farcela, paradossalmente a questo disturbo sottende un pensiero perfezionistico (che probabilmente appartiene a quel famoso piccolo colonnello di cui sopra), che pretende risultati completi e subito.

In pratica possiamo sintetizzare questa dinamica con “non posso guarire ma devo guarire il prima possibile”.

Anche in questo caso l’uso di psicofarmaci può rappresentare un coadiuvante molto valido.

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22 Apr 2019
Dipendenza affettiva


Per dipendenza affettiva non intendo quel bisogno naturale di accudimento reciproco fra i partner o fra genitore e figlio, ma l’eccesso di emozioni negative scatenate quando questo non avviene.

Mi spiego meglio. Proviamo a immaginare di fronte alla parola “abbandono” una retta: da una parte abbiamo l’assoluto menefreghismo, al centro abbiamo meccanismi di autoriparazione e pensieri volti al recupero di un’immagine buona di chi è assente e dall’altra parte abbiamo sentimenti di disperazione e di inadeguatezza e blocco delle attività. Quando ci si posiziona in questo ultimo estremo, al ritorno dell’oggetto d’amore la persona metterà in atto un’incessante richiesta di conferma: “Mi ami ancora?”.

Non esiste età per soffrire di una dipendenza emotiva. Si parla di vero e proprio Disturbo di Personalità dipendente quando un individuo adulto sente come impellente il bisogno di cure, protezione e conferma di sé da parte dell’altro.

Specularmente l’immagine che si ha di se stessi è piccola e impotente e possono emergere queste caratteristiche:

  • difficoltà a prendere autonomamente decisioni nel quotidiano
  • difficoltà ad assumersi responsabilità
  • paura ad essere in disaccordo con gli altri
  • difficoltà a iniziare autonomamente progetti
  • lasciare che gli altri s’impongano su noi stessi
  • soffrire la solitudine

 

Insomma la vita si vive male, in preda ad angosce quotidiane, proprio perché caratterizzata dall’”imprevedibile”. Inoltre spesso chi è dipendente va alla ricerca di un compagno ritenuto abbastanza forte da mantenere il livello di protezione sperato, il che purtroppo a volte va a coincidere con partner aggressivi, autocentranti, o peggio narcisisti e violenti.

Da dove origina la dipendenza?

Sembra ci sia un’alta correlazione fra i comportamenti dipendenti sviluppati a 7/8 anni e quello in età adulta e si pensa che una famiglia caratterizzata dal controllo e che emette messaggi negativi nei confronti dell’autonomia sia la base per sviluppare un disturbo di Personalità dipendente da grande.

La cura principale è la psicoterapia, un luogo in questo caso atto a sperimentare con molta calma il pensiero autonomo, prima in studio col terapeuta e poi nel mondo.

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22 Apr 2019
Problemi scolastici, ansia, dispersione e ritiro

Ansia da prestazione scolastica, Dispersione scolastica e Ritiro sono diventati problemi molto comuni ed emergenti nelle famiglie italiane.

  https://it.m.wikipedia.org/wiki/Dispersione_scolastica

 

Ansia da prestazione scolastica

Avendo lavorato per più di 10 anni nelle scuole, ho potuto constatare quanto sia incidente l’ansia nella prestazione scolastica.

Mi riferisco a tre momenti precisi durante la giornata dell’adolescente in cui compare:

  • nella preparazione per il compito in classe o interrogazione
  • la sera prima della prestazione
  • durante la prestazione

Quali sono i fattori che sottendono a questo problema?

  • Bassa autostima
  • Scarsa tolleranza, ma anche esperienza di frustrazione fuori dal nucleo familiare
  • Orientamento sbagliato
  • Esperienza di bullismo
  • Incomprensioni fra insegnanti e ragazzi
  • Problematiche familiari

In merito all’ultimo punto vorrei evidenziare una sorta di assioma ricorrente nelle scuole:

“se un ragazzo ha un evidente calo di rendimento è successo qualche cosa nel suo ambiente psicologico che lo ha perturbato”.

Francamente, in tutti questi anni, non ho mai conosciuto un adolescente “disperso” a scuola che mi portasse una storia personale priva di grossi conflitti o precedenti fallimenti sociali, e mentre scrivo sto tenendo conto anche del traumatico passaggio dalle medie alle superiori, tappa faticosissima per tutti:  figli, genitori e insegnanti.

Dispersione scolastica

Quando parliamo di dispersione scolastica, intendiamo tutte quelle manovre da parte dell’adolescente per evitare il più possibile il confronto con la classe e il carico di lavoro, come ad esempio assenze e ritardi strategici. Poi c’è il ritiro e i sentimenti di fallimento che esso comporta.

Ritengo che l’attenzione da parte della scuola verso i Bisogni Educativi Speciali (BES), che non necessariamente implicano una diagnosi neuropsichiatrica, sia stata una mano santa per il mio lavoro con l’adolescente. Questo ha permesso un dialogo maggiore fra terapeuta, famiglia e scuola, fornendo all’adolescente in difficoltà un piano educativo personalizzato, come ad esempio l’utilizzo dell’interrogazione a porte chiuse per calmierare l’ansia da prestazione.

Per quanto mi riguarda il lavoro consiste nel rinforzare il senso di efficacia e nell’accogliere tutto ciò che sotterraneamente ha scatenato il problema. Di tanto in tanto posso richiedere delle sedute di raccordo coi genitori per aggiustare il tiro sull’approccio familiare al figlio che sta cercando di cambiare.

Nel caso il conflitto familiare fosse talmente forte da impedire una buona collaborazione fra le parti è necessaria la prescrizione per un lavoro terapeutico sulla famiglia o i genitori presso un collega di fiducia, altrimenti il rischio è di ottenere scarsi risultati, nonostante gli sforzi.

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22 Apr 2019
Attacchi di panico


Tanti anni fa ricevetti una telefonata da una persona che stava per arrivare da me per la prima volta a causa dei suoi attacchi di panico, ma proprio per colpa di questi ultimi aveva interrotto il tragitto e se ne stava chiusa in macchina in preda al terrore. Al telefono continuava a parlare speditamente della sua paura di non respirare, ma quando riuscii a intromettermi nel suo discorso gli feci presente una cosa fondamentale:

Se tu parli vuol dire che stai respirando.

Le parole si articolano solo ed esclusivamente emettendo aria, cioè espirarando e per espirare bisogna inspirare e se fai tutto questo stai certamente respirando.

Nessun ci pensa mai, tanto meno chi avevo al telefono, eppure questo pensiero gli servì a calmarsi, ricentrarsi su di sé, riprendere un altro appuntamento e questa volta presentarsi puntuale. Questo fu solo l’inizio della cura.

Uso questo piccolo racconto per introdurti un’idea un po’ diversa dell’attacco di panico.

Prima però vediamo di cosa si tratta, anche se credo che di tutti i disturbi presentati in questa sessione questo sia il più conosciuto.

L’Attacco di Panico (ADP) parte da una paura via via più intensa che a sua volta causa una costellazione di sintomi, che possono essere diversi da soggetto a soggetto.
In genere sono sempre presenti i seguenti:

– asfissia e iperventilazione

– tachicardia

– sensazione di sbandamento o svenimento

– vampate

– paura di morire

– paura di impazzire

– mobilità intestinale

Ce ne sono altri un po’ meno frequenti, come il formicolio alle mani o ai piedi, la de-realizzazione (ovvero la sensazione di essere in un’altra realtà) e le vertigini.


Ma come si forma un attacco di panico?

Abbiamo visto come l’emozione predominante dell’ADP sia la paura.

Dobbiamo quindi pensare che sia un’emozione sbagliata? No, se lo fosse l’avremmo già persa come la coda coccigea. Invece lei ci accompagna da quando giravamo per la foresta con la clava in mano. Anzi è proprio grazie a lei che ci siamo salvati (qualche volta) dalle grinfie dei dinosauri.

Per paura, aumentava il battito cardiaco agevolando la nostra fuga, aumentava la sudorazione permettendoci di sgusciare fuori dalla presa del nemico, l’intestino si metteva in moto e defecando durante la corsa ci alleggerivamo.

Bene, allora come si scatena oggigiorno l’attacco di panico?

Tutto inizia da un segnale subliminale inviato dal corpo al cervello che dice “sono inadeguato nei confronti dell’ambiente”. Questo segnale (posso mettere il link di un articolo che ho trovato?)può essere determinato da una variazione di postura, di temperatura ecc…, in generale un leggerissima situazione di malessere. A questo punto il cervello codifica l’allarme e fa scattare il nervo vago, responsabile delle azioni tipo attacco/fuga e i sintomi di cui sopra iniziano a farsi sentire. Successivamente scatta il dialogo nel cervello. “Cosa sta succedendo? Mi sento male?” Quest’ultimo fa produrre ai surreni più adrenalina e a questo punto il nervo vago è in pieno lavoro e aumenta l’attività respiratoria e intestinale. In ultimo il cervello emette pensieri di conferma sulla minaccia invisibile (l’attacco), e a questo punto ci troviamo a due tipi precisi di paura:

– Adesso muoio

– Adesso impazzisco

Perché due paure così diverse?

Perché noi tutti siamo diversi e nella fase evolutiva abbiamo strutturato la personalità orientando il nostro controllo su qualcosa. Nel caso dell’ADP, sul proprio corpo oppure sugli altri (per sintetizzare potremmo dire il dentro e il fuori).

L’esperienza di panico è intensa ed estenuante e alla lunga porta a pensare di essere condannati a una vita non governabile poiché caratterizzata dall’imprevisto, un po’ come una lunga camminata in un campo di mine inesplose.

Fortunatamente non è così: in psicologia l’intensità del sintomo non è direttamente correlata alla difficoltà di guarigione e questo ne è l’esempio più lampante.

Tramite la psicoterapia a volte accompagnata dall’uso di psicofarmaci, nella maggior parte dei casi dall’attacco di panico se ne esce.

È necessario comunque specificare che una sovrapposizione di diagnosi ne ritarderebbe la guarigione o la complicherebbe, ma ci può essere un buon margine di miglioramento.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Attacco_di_panico

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16 Mag 2017
Depressione

Con questo termine in generale s’intende la presenza di umore triste o irritabile oppure la sensazione di vuoto nella propria vita. Teniamo conto però che emozioni come tristezza o irritabilità possono essere presenti in ogni essere umano: fa parte della fluttuazione emotiva che ognuno di noi vive durante l’arco di una settimana senza per questo diventare problematica.

È necessario perciò porre una domanda per capire se è arrivato il momento di prendere in mano la situazione: quanto questa situazione influisce sulla qualità della nostra vita? Cioè quanto incide questo problema, sui nostri pensieri ed emozioni quotidiane e sulle nostre funzioni biologiche?


Se la risposta è “troppo”, probabilmente ci troviamo di fronte ad uno dei seguenti problemi.

Episodio depressivo

È un’alterazione dell’umore, spesso può essere reattiva a un evento negativo (es. un lutto, un insuccesso professionale o un divorzio) che si protrae per un certo tempo.

 

Episodio depressivo maggiore

Può durare da due settimane a un massimo di 18 mesi, nel caso il periodo venga superato parleremo di disturbo depressivo.

Possiamo definire 5 tipologie di EDP.

 

1. Emotivo-affettivo

Qui la sofferenza è “a pelle”, il pianto spesso è traboccante e si tende ad isolarsi dagli altri, inoltre si perde il gusto nel fare le cose e tutto sembra colorato da varie tonalità di grigio.

 

2. Cognitivo-percettivo

In quest’area la persona al di là dei sintomi depressivi mostra principalmente dei cali di prestazione sia nella concentrazione, sia nella memoria. Questo alla lunga farà precipitare l’autostima e a sua volta rinforzerà lo stato di depressione.

 

3. Psicomotorio

In questo caso il sintomo più evidente è il rallentamento fisico, la tendenza alla vera e propria immobilità ma anche, come si osserva nei bambini, il suo esatto opposto, l’irrequietezza. Ogni attività si priva del suo interesse e in età evolutiva questo va a coincidere con un calo di rendimento scolastico.

 

4. Vegetativo

Proprio perché le funzioni vegetative sono numerose è il più variegato di tutti. Qui la depressione parla tramite il corpo:

– calo o aumento dell’appetito

– calo o aumento di sonno

– calo o riduzione della potenza sessuale

– palpitazioni o oppressione toracica

– disturbi gastrointestinali

– disturbi della minzione

– cefalee

 

5. Cronobiologico

Questa accezione ha a che fare sia con le stagioni, con un picco negativo fra autunno e inverno, sia con il ritmo circadiano, per cui il picco depressivo sarà posizionato in una determinata fascia oraria.

Di queste categorie può esistere anche una forma mista.

Episodio depressivo minore

È caratterizzato da una minore intensità dei sintomi e durata, e il quadro sintomatologico è generico.

Se si prolunga nel tempo parliamo di Distimia, cioè della presenza di un umore cronicamente depresso, ma con sintomi meno gravi dell’episodio depressivo maggiore.

In terapia chi cura ha il dovere di stare accanto al paziente accogliendo il suo vissuto, anche quando estremamente filtrato dalla depressione. Per molto tempo “dobbiamo camminare negli stessi mocassini”, come diceva un vecchio detto indiano. La persona che abbiamo di fronte deve avere la certezza che noi abbiamo capito molto bene la sensazione che si prova a indossarli altrimenti verrà a meno la fiducia. Perché uno dei pattern più tipici sviluppato da chi soffre di depressione è proprio che nessuno possa capire veramente cosa si prova essendo depressi.

Soltanto dopo aver creato un clima di fiducia potremo iniziare la seconda parte del lavoro: la discussione dell’esame di realtà e la ricerca di strumenti nuovi per poterla affrontare.

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