Abuso sessuale

Nella sessione precedente ho parlato di come l’essere umano può reagire al trauma, cioè ad un evento improvviso in cui la persona ha sviluppato un forte senso di impotenza e di minaccia la propria integrità, fisica e/o psicologica. Dai sintomi del disturbo post traumatico da stress emerge il blocco dell’elaborazione dell’evento che porta ad una disconnessione fra reazioni fisiche, emozioni e pensieri. La mancata integrazione dell’evento fa su che si creino associazioni fra tutto ciò che può ricordare il trauma e queste tre parti. Come se l’organismo, non avendo potuto integrare una scena del trauma, continuasse in maniera meccanica e sconnessa a metterla in scena.

Faccio questa premessa per introdurre la condizione purtroppo non così rara dell’abuso sessuale infantile mai elaborato.

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Tricotillomania

Tricotillomania: questo nome così complicato identifica l’irrefrenabile bisogno di strapparsi capelli o sopracciglia. Fortunatamente  accade di rado che le due tipologie siano assieme, poiché spesso la parte del corpo colpita viene deturpata a causa di estirpazioni metodiche e ricorrenti.

 

Come funziona la tricotillomania

 

La tricotillomania funziona su due binari.

Da una parte c’è lo “strappamento” premeditato con una sensazione di piacere che non è legata solo al dolore della pelle, ma anche al tenere in mano e/o manipolare il pelo (in certi casi fino a mangiarlo). Dall’altra parte c’è il gesto automatico, ad esempio nei momenti in cui si deve prestare attenzione all’altro (come a scuola) o si è concentrati nei propri pensieri. Il risultato a lungo termine di quest’operazione è il graduale sfoltimento dei capelli con la comparsa di aree più danneggiate con alopecia. Per non parlare delle sopracciglia che a un certo punto non ricrescono più. Il DSM V (manuale di riferimento psichiatrico americano) lo inserisce fra i disturbi ossessivo-compulsivi, proprio per l’incapacità di stoppare questo comportamento.

Le conseguenze psicologiche della tricotillomania

Quando in studio arriva un adolescente o un adulto con un problema di tricotillomania, la prima cosa che penso è che il bagaglio che si porta dietro sia pesantissimo.

Spesso chi  soffre di questo disturbo può soffrire anche di depressione, ansia e/o disturbi alimentari. In generale, egli è comunque pervaso da un senso di vergogna per il suo comportamento. Essendo questo disturbo a esordio infantile o adolescenziale, questo può significare una marcata tendenza all’isolamento sociale, e nei casi più gravi una maggiore esposizione al bullismo.

La persona che mi trovo davanti avrà certamente fatto più e più volte esperienza della frustrazione e della non accettazione, perciò probabilmente si sarà adattata ad essa, prendendo misure cautelari.

Le impercettibili distanze con l’altro servono a mantenere in superficie la relazione e nello stesso momento anche il controllo di quello che accade.

In generale trovo fondamentale rispettare la giusta distanza del paziente, in questo caso servirà a ricostruire la storia della resistenza a tutti gli attacchi personali, a condividere le personali tecniche di coverage delle zone ripulite dai capelli, a deporre gli scudi per tirare un sospiro di sollievo dal mondo e un po’ alla volta sperimentare strategie di cambiamento.

Psicoterapia sulla tricotillomania

Nel lavoro su questo disturbo, esiste una fase iniziale per garantire alla persona il giusto spazio in cui poter riconoscersi i punti di forza su cui poter contare durante la terapia e rilevare quali momenti negativi possono aver inciso fino ad arrivare al problema.

Succesivamente, utilizzo strumenti di tipo cognitivo e di derivazione Sensory motor, per aiutare la persona a notare che cosa accade prima, dopo, durante la compulsione e lavoro in EMDR per abbassare il grado di attivazione sulla pulsione utilizzando gli episodi di compulsione e i ricordi negativi ad essi correlati.

Depressione

EMDR sul Disturbo Ossessivo

Disturbo ossessivo

I miei nuovi strumenti per affrontare il disagio psicologico e il trauma

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Mobbing

 

Il termine mobbing identifica una serie di comportamenti più o meno aggressivi nei confronti del lavoratore o del collega, atti a ridimensionare la sua autostima.

Ci sono quelli più strategici, come il demansionamento, l’emarginazione e l’ostracizzazione e poi quelli bellamente offensivi, come gli insulti veri e propri e l’umiliazione di fronte al gruppo.

Esistono due tipi di mobbing:

  • VERTICALE (dal capo al subordinato)
  • ORIZZONTALE (dal collega al collega)

 

Come funziona psicologicamente il mobbing.

 

Per quanto se ne parli il mobbing è poco riconosciuto da chi lo subisce. Il più delle volte è in seduta che scopriamo l’opera nefasta del mobbing: il paziente riporta sintomi come insonnia, sensazione di oppressione la domenica sera e una certa tendenza a rimuginare sui propri comportamenti, più che su quello degli altri.

È questo l’aspetto più tremendo. Tramite le sue accuse più o meno velate il mobber fa in modo di creare la ferita più profonda: “forse hanno ragione loro, forse sono io che sono sbagliato”.

C’è un bellissimo libro di Delphine De Vigan, dal titolo “Le ore sotterranee”, che racconta con grande maestria la graduale caduta psicologica di chi subisce mobbing a lungo termine.

Volendo spiegare perché a un certo punto si inizi a mettere in discussione tutte le nostre certezze, devo tornare a un meccanismo antico di salvaguardia emotiva: quando un bambino vede il proprio genitore arrabbiarsi o andare via, non pensa che il genitore sia cattivo, bensì pensa di essere lui il cattivo che ha fatto andare via il genitore. Paradossalmente questo lo salva: se lui è il cattivo allora il genitore sarà buono e lo amerà.

Mobbing: sintomi e cura.

Come procedere in psicoterapia.

È buona pratica contare le ferite una ad una assieme al paziente. Questo serve a quantificare il costo psicologico del mobbing e mano a mano sviluppare una rabbia sana nei confronti della situazione e dei colleghi mobbers. Attraverso l’EMDR avviene un elaborazione profonda sia delle ferite recenti, sia dei traumi passati che possono aver contribuito alla mancanza di reazione di fronte al mobbing. Questa elaborazione permette di porre queste esperienze nella giusta dimensione: quella passata, perciò esse smettono di intervenire ed interferire sul presente rendendo la persona più consapevole, meno attivata e più lucida.

Infine possiamo pensare alla terapia come il luogo dove non solo poter nutrire la propria sicurezza, ma anche mettere a punto strategie di protezione da utilizzare quando si torna in ufficio e valutare se si intende procede sul piano giuridico oppure no.

Depressione

Disturbi alimentari e lock down

Problemi scolastici, ansia, dispersione e ritiro

Mobbing: sintomi e cura

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Anoressia

L’anoressia è una malattia inequivocabile. Chi ne soffre prova un intensa paura di prendere peso, la sua autostima è strettamente dipendente dal peso.  Per questo motivo adotta un regime alimentare via via sempre più ferreo. Questo disturbo colpisce in prevalenza le femmine, mentre la percentuale maschile è fra il 5 e il 10% rispetto il totale. Si tratta di una malattia subdola che ha radici genetiche evidenti ancora poco spiegate, sappiamo infatti che chi ha familiari di 1° grado con questa malattia ha una probabilità 11 volte superiore di diventare anoressico.

Nella mia pratica ambulatoriale su disturbi alimentari e anoressia,  ho osservato diversi casi in compresenza del disturbo depressivo o ossessivo compulsivo o di disturbi alimentari, in uno dei genitori o persino negli zii o nei nonni.

Come sappiamo il sintomo più evidente, che porta la famiglia a sviluppare un allarme, è il calo ponderale drastico causato da una dieta ipocalorica protratta nel tempo.

Quali sono i sintomi dell’anoressia nervosa?

Oltre al calo ponderale, nell’anoressia anche il corpo emette dei segnali di allarme che alla lunga divengono preoccupanti, ma questi a volte sono più visibili agli occhi dei curanti, poiché la famiglia può fare più fatica a collegarli alla denutrizione.

Questi sono:

  • l’amenorrea

    (anche se nell’ultima versione del DSM ha perso il suo valore diagnostico in quanto non sempre si riscontra);

  • l’osteopenia

    (riduzione del calcio nelle ossa) e l’osteoporosi, entrambi derivati dal prolungamento dell’amenorrea;

  • gli squilibri elettrofisici,

    dovuti alla prevalenza di alcuni nutrienti rispetto ad altri, anche nei casi in cui oltre ad il cibo si rinuncia, oppure se ne usufruisce in quantità esagerata;

  • la scarsa motilità intestinale   e quindi stitichezza e possibilità di fecalomi;
  • lo sbilanciamento ormonale

    con perdita dei caratteri sessuali secondari, crescita di peluria in tutto il corpo e diradamento dei capelli;

  • l’interruzione dello sviluppo sessuale

    anche irreversibile (ad esempio nel caso meno frequente di anoressia infantile, l’aspetto assunto in età adulta resta invariato, altezza compresa);

  • la debolezza cardiaca

    con possibilità di infarto anche in giovane età.

 

Disturbi alimentari e anoressia sintomi terapia psicologica a Ravenna e Bologna
L’anoressia presenta sintomi gravi, psicologici e fisici.

Gli esordi dell’anoressia

I picchi di esordio sono due: verso i 12 anni (a volte anche prima) e verso i 18. Se tutto va bene il problema è notato, discusso e condiviso in famiglia e da quel punto in avanti parte la cura. Quando preso in tempo,  la cura può avvalersi di uno psicoterapeuta, un neuropsichiatra ed un nutrizionista. Queste ultime due figure possono essere reperibili anche sul pubblico, mentre solitamente l’intervento psicologico ambulatoriale si ferma alla diagnosi e al monitoraggio. Piano piano si recupera peso e la persona fa tesoro dell’episodio. Il lavoro psicologico svela le dinamiche personali, sociali o familiari che hanno facilitato l’esordio dell’anoressia, e quali sono gli strumenti personali idonei a combattere un’eventuale ricaduta.

La terapia dell’anoressia: dall’ambulatorio al ricovero nei casi più gravi

Quando ci si accorge troppo tardi del disturbo alimentare, la consapevolezza del pericolo si fa schiacciante. il genitore spesso spesso porta in ambulatorio il figlio recalcitrante e pronto a venire ai patti,  mercanteggiando le quantità di cibo allo scopo di rinviare la data della visita medica successiva. Chiaramente queste promesse non fanno altro che aggravare la situazione. Il peso perso a un certo punto porterà a una serie di sedute a stretto giro presso gli ambulatori del territorio per la cura dei DCA. Fino ad arrivare a un ricovero per il figlio e quindi, se si tratta di minore, per tutta la famiglia. Questo agli occhi dei genitori sembra rappresentare il passo certo verso la guarigione del figlio anoressico. Spesso però agli occhi del figlio la degenza avrà l’aspetto a metà fra un carcere e un campo di addestramento dove sarà costretto a ingrassare senza controllo.

In verità durante la degenza specialistica inizia tutto un percorso attorno al paziente, sia psicologico che alimentare. Potremmo usare come metafora l’utero materno, dove ci si prepara per una seconda volta al mondo esterno, nutriti nel corpo e nella psiche. In questa fase finalmente il genitore può sentirsi sgravato dal peso di dover “salvare” il proprio figlio, lasciandolo in mano a curanti che sanno il fatto proprio.

 

Il vissuto del ricovero nel paziente

 

Quando lavoravo in ospedale guardando le interazioni fra i pazienti appena arrivati e il resto delle persone mi veniva sempre in testa una scena da film: immaginavo che questi ragazzi giacessero immobili sul fondo di una piscina e da quel luogo così innaturale tentassero di capire le parole di chi dal bordo urlava loro di uscire.

Il deperimento del corpo da una parte porta a un distacco da tutto e tutti, ma dall’altra, quella meno visibile, porta al raduno di tutte le energie mentali per pensare al cibo e tentare di controllare la dieta.

Il vissuto del ricovero nei genitori

Nel frattempo il genitore torna a respirare per un po’ fino a quando si giunge alla data di dimissione e qui le reazioni della famiglia e del figlio possono essere davvero molto contrapposte. Se quest’ultimo può viverla come una specie di scarcerazione, il genitore può essere terrorizzato all’idea di dover gestire i sintomi di controllo sul cibo da solo. Dovranno almeno in parte ricrearsi i ritmi sicuri dei pasti che il giovane paziente condivideva assieme agli altri ricoverati e ai curanti.  Inoltre è bene iniziare quanto più possibile una psicoterapia, proprio perché i “demoni” dell’anoressia sono sopiti ma non del tutto sconfitti.

La psicoterapia dell’anoressia

In collaborazione tra psicoterapeuta, medico e nutrizionista possiamo assistere al rifiorire della persona, anche se ‘occorrerà del tempo per recuperare il tempo perso.’ Voglio usare questo gioco di parole per spiegare come l’anoressia non rappresenti solo un problema sul peso, ma anche un blocco nello sviluppo psicosociale che inevitabilmente porta a un ritardo. Più tempo si è stati anoressici è più ritardo si è accumulato.

È perciò abbastanza normale assistere a crisi adolescenziali in pazienti di 20 anni e più durante la psicoterapia.

Non solo, ma anche le relazioni sentimentali spesso prima della malattia sono inesistenti, proprio perché il corpo denutrito porta a una diminuzione di libido e quindi di attrazione verso l’altro. Perciò tutto dopo la malattia risulta abbastanza nuovo e fonte di ansia.

Proprio per questo, onde evitare ricadute è molto importante concentrarsi sulle esperienze e sull’autonomia.

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Bulimia

Psicologa a Ravenna e Bologna esperta in disturbi alimentari bulimia anoressia obesità

 

 

Lavorando da 20 anni con i disturbi alimentari e Bulimia, ho potuto osservare da vicino quali sono quei fattori presenti in ogni persona che ne soffre e quali invece a volte possono non esserci e diventare un segnale prognostico positivo, (come ad esempio, un livello di perfezionismo gestibile o un rapporto coi familiari più funzionale).

La Bulimia, ad esempio ha alcune similitudini con l’anoressia ma anche profonde differenze rispetto la percezione di sé e del proprio sintomo.

Partiamo dagli aspetti in comune con l’anoressia:

  • La paura di ingrassare
  • L’immagine corporea deformata
  • L’autostima oscillante in base al peso

 

Inoltre, secondo il DSM V, la bulimia è caratterizzata da:

  • Ricorrenti abbuffate almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi.
  • Sensazione di perdita di controllo durante le abbuffate.
  • Strategie compensatorie dopo le abbuffate:
    • Vomito
    • Lassativi
    • Diuretici
    • Esercizio fisico convulso

 

Gli eventi scatenanti

Solitamente questo la bulimia  inizia in tarda infanzia o adolescenza e può essere scatenato anche da un evento stressante a volte talmente grave da poter essere definito trauma:

  • Problematiche famigliari
  • Difficoltà relazionali
  • Difficoltà scolastiche
  • Bullismo
  • Violenze fisiche o sessuali
  • Abusi sessuali
  • Lutti gravi

 

Per il resto sul piano psicologico ciò che caratterizza la bulimia e la distingue dall’anoressia è il caos emotivo e il senso di vergogna a causa della propria immagine e dell’uso delle suddette “strategie compensatorie” all’alimentazione.

Inoltre la bulimia al contrario dell’anoressia è invisibile.

Chi ne soffre difficilmente è sottopeso e quando lo raggiunge non arriva quasi mai a cali preoccupanti. Tutto avviene di nascosto. A volte l’abbuffata è organizzata, altre volte no. Il resto avviene per lo più in una stanza chiusa a chiave. Ci sono casi in cui i genitori o il partner non lo scopriranno mai. Io stessa in alcuni casi sono venuto a saperlo dopo molto tempo in terapia.

Non è facile confessarlo.

Ci vuole coraggio, tanto coraggio, per dire all’altro che la persona che ha davanti è solo un involucro di qualcosa di più molle, indefinito e poco domabile. Si dà per certo che là fuori nessuno lo accetterà.

Eppure aprirsi è un passo essenziale per guarire.

Successivamente in terapia si fa squadra per arginare la pulsione, combattere la dipendenza dal vomito e infine a regolare le emozioni.

Questo passaggio è fondamentale, perché l’abbuffata funziona come un salva vita emozionale di fronte a un sovraccarico emotivo. L’aumento della serotonina a causa dell’apporto dei carboidrati assieme alle endorfine dovute al vomito porta a una sorta di ripristino emotivo che parte da uno stato di relax molto simile a quello successivo a una sessione di jogging.

Possiamo parlare quindi di una dipendenza dal vomito, motivo per il quale bisognerebbe sentirsi molto orgogliosi di sé per tutto quello che si mette in atto allo scopo di sconfiggerla, ma ciò non sempre avviene a causa dei vissuti fallimentari nei confronti del corpo e del peso.

Disturbi alimentari e EMDR

Disturbi alimentari e lock down

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Dismorfofobia: il disturbo dell’immagine corporea

 

 

 

 

 

 

 

Avendo lavorato come psicologa per i disturbi alimentari in ospedale, posso dire che da sempre mi trovo a combattere assieme ai miei pazienti con questo disturbo dispercettivo davvero subdolo.

Come funziona la dismorfofobia: il disturbo dell’immagine corporea

Per Dismorfofobia intendiamo una vera e propria dilatazione dell’immagine corporea percepita e il conseguente abbrutimento di essa. Questo processo in genere porta molta preoccupazione E alla lunga un senso di impotenza davvero preoccupante. Ci si preoccupa di quale sarà il giudizio degli altri all’esposizione di Sè o di quella parte del corpo percepita come inaccettabile. Questo disturbo non colpisce solo chi soffre di disturbi alimentari, ma anche chi ha ricevuto feedback negativi ancora più distruttivi se in crescita, come ad esempio nel bullismo, dove lo si può notare se l’attacco avveniva verso una specifica parte del corpo. In terapia ad esempio ho assistito a critiche feroci su bocche, nasi e altri parti del corpo  assolutamente normali.

Le cause della dismorfofobia: il disturbo dell’immagine corporea

Esistono diverse condizione che predispongono alla DM Dismorfofobia:il disturbo dell’immagine corporea):

  • l’autostima oscillante come nel caso dell’adolescenza in generale.
  • una ferita consolidata sulla propria autostima, come le vittime di bullismo  o di malattie degenerative come la sclerosi multipla o di malattie invalidanti come il tumore.

Quali sintomi comporta la dismorfofobia:

questo didisturbo mette in atto una serie di comportamenti disadattivi che presentano differenti gravità:

  1. spendere molto tempo nel check allo specchio della zona del corpo bersagliata dalla dismorfofobia
  2. Intraprendere comportamenti pericolosi mirati alla modifica corporea, fra cui:

Diete sconsiderate

pratiche sportive estreme

uso di filler domestici non autorizzati

chirurgia estetica presso professionisti compiacenti.

Terapia sulla dismorfofobia

Parlo di lotta contro questo disturbo, perché purtroppo se all’inizio si installa e viene influenzato dai feedback esterni, ad un certo punto, quando passa ad uno stato di cronicità si autoalimenta e spesso quando a livello sintomatico sia in anoressia che in bulimia si guarisce esso rimane più “arrabbiato che mai” perché la parte anoressica/bulimia  residua riesce ad alimentarlo comunque.

Ecco perché da un pò di tempo a questa parte prediligo l’EMDR per accelerare l’integrazione mente corpo. Assieme ad esercizi sull’immagine corporea, per arrivare ad una elaborazione profonda che rompa il circuito di pensiero, emotivo e corporeo e produca associazioni nuove su quell’immagine.

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Con

Anoressia

Bulimia

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Psicologa Psicoterapeuta a Ravenna e Bologna 21 Giu 2019
Fobia specifica

Possiamo definire la fobia specifica come un attacco di ansia. Sul piano somatico, avviene quindi una reazione del nervo vago che a sua volta scatena segnali corporei. I suoi sintomi,  come la tachicardia e la sudorazione nascono per combattere la sensazione di disagio verso uno stimolo (vedi il Disturbo da Attacco di panico). Si tratta di un disturbo abbastanza frequente che colpisce quasi il 10% della popolazione occidentale, per la maggior parte donne, e con l’età tende ad attenuarsi.

Cosa scatena la scatena

Possiamo definire la fobia specifica come ansia verso determinati oggetti e situazioni.
Lo stimolo scatenante può essere di varia natura: insetti, animali, situazioni, persone, oggetti e mezzi di trasporto.

La reazione di paura se continua nel tempo diventa affaticante e porta a comportamenti evitanti che possono peggiorare la qualità della vita.

Quali caratteristiche di personalità predispongono alla fobia specifica?

Essa nasce di solito in un tipo di personalità più votata al controllo della situazione tramite l’inibizione del proprio comportamento. Ci può essere inoltre una correlazione  all’abuso fisico o sessuale in età infantile. Inoltre può essere preceduta da un lutto importante, a cui si reagisce alzando le difese di controllo. Questo tipo di fobia di solito si scatena in seguito a un evento traumatico, in cui si collega lo stimolo a una sensazione di malessere. Nel peggiore dei casi in quel frangente è avvenuto un attacco di panico. Come nel Disturbo Post Traumatico da Stress basta assistere ad altre persone sottoposte al trauma, per mutuare la paura.

Quali sono le fobie specifiche?

Fra le varie Fobie specifiche le più comuni sono le fobie:

– del sangue (emofobia)

– degli insetti (entomofobia)

– degli animali (zoofobia)

– dei luoghi piccoli (claustrofobia)

– dei luoghi grandi (agorafobia)

– delle altezze (acrofobia)

– di viaggiare in aereo (avio fobia)

Come curare le fobie specifiche

Il trattamento si avvale di una conoscenza profonda della persona e dei suoi traumi, procedendo per una rielaborazione della storia personale.  lavoriamo in EMDR sulle esperienze passate collegate all’installazione della paura e a quelle in cui  la paura ci ha portato a bloccarci di fronte a ciò che ci spaventa. In seguito quando la psicoterapia eleva il grado di fiducia personale, il coraggio aumenta e piano piano ci si espone allo stimolo fobico. Nei casi in cui si sente il bisogno di avere a fianco il terapeuta, in base alla disponibilità, procediamo assieme in sessioni di esposizione graduata dove il paziente rifà conoscenza dell’oggetto fobico.

Paura dell’aereo, Psicologa a Ravenna e Bologna

Attacchi di panico

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Fobia_specifica

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Psicologa Psicoterapeuta a Ravenna e Bologna 21 Giu 2019
Paura dell’aereo, Psicologa a Ravenna e Bologna


La paura dell’aereo può nascere dopo un volo non necessariamente turbolento ma che è stato codificato come “problematico” dal nostro cervello a causa della reazione di ansia sviluppata in seguito. Basta lo sguardo un po’ smarrito di una hostess (magari al suo primo volo) per evitare gli aeroporti anche per decine di anni… Fobia specifica

Come si struttura la paura dell’aereo.

Il cervello registra: aereo = disagio psicofisico, disagio psicofisico = pericolo e quindi per proprietà transitiva: aereo=pericolo.
Per arrivare a sciogliere questa formula il trattamento proposto è quello descritto nella sessione precedente.
Si può tornare a volare dopo anni di rinunce? Sì, si può.

A dire la verità io stessa per qualche anno ho sofferto di aviofobia, a causa di un volo un po’ tremolante ma del tutto sicuro. Quando grazie alla psicoterapia e qualche goccia di Xanax tornai a volare mi accorsi che senza l’ansia tutto era piuttosto normale. Mi resi quindi conto di quanto tempo avevo perso evitando di prendere gli aerei.

Alla vacanza successiva evitai lo Xanax, sostituendolo con un utilissimo libro di un collega, Luca Evangelisti, dal titolo “Mai più paura di volare”, che descrive con grande franchezza tutto quello che succede in aereo. Ciò mi riempì di coraggio. Trasformai così un’esperienza terrificante in una riscoperta divertente,  a partire dal finestrino panoramico per finire al mirabolante water con risucchio, meraviglia delle meraviglie…

Trattare la paura dell’aereo in prima persona.

Recentemente ho fatto esperienza di accompagnamento di un mio paziente sull’aereo, lo step finale nella risoluzione della fobia dei mezzi di trasporto, e devo dire che è stata una delle esperienze più gratificanti della mia vita.

 

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05 Mag 2019
Mobbing: sintomi e cura

 

Il termine mobbing identifica una serie di comportamenti più o meno aggressivi nei confronti del lavoratore o del collega, atti a ridimensionare la sua autostima.

Ci sono quelli più strategici, come il demansionamento, l’emarginazione e l’ostracizzazione e poi quelli bellamente offensivi, come gli insulti veri e propri e l’umiliazione di fronte al gruppo.

Esistono due tipi di mobbing:

  • VERTICALE (dal capo al subordinato)
  • ORIZZONTALE (dal collega al collega)

 

Come funziona psicologicamente il mobbing.

 

Per quanto se ne parli il mobbing è poco riconosciuto da chi lo subisce. Il più delle volte è in seduta che scopriamo l’opera nefasta del mobbing: il paziente riporta sintomi come insonnia, sensazione di oppressione la domenica sera e una certa tendenza a rimuginare sui propri comportamenti, più che su quello degli altri.

È questo l’aspetto più tremendo. Tramite le sue accuse più o meno velate il mobber fa in modo di creare la ferita più profonda: “forse hanno ragione loro, forse sono io che sono sbagliato”.

C’è un bellissimo libro di Delphine De Vigan, dal titolo “Le ore sotterranee”, che racconta con grande maestria la graduale caduta psicologica di chi subisce mobbing a lungo termine.

Volendo spiegare perché a un certo punto si inizi a mettere in discussione tutte le nostre certezze, devo tornare a un meccanismo antico di salvaguardia emotiva: quando un bambino vede il proprio genitore arrabbiarsi o andare via, non pensa che il genitore sia cattivo, bensì pensa di essere lui il cattivo che ha fatto andare via il genitore. Paradossalmente questo lo salva: se lui è il cattivo allora il genitore sarà buono e lo amerà.

Mobbing: sintomi e cura.

Come procedere in psicoterapia.

È buona pratica contare le ferite una ad una assieme al paziente. Questo serve a quantificare il costo psicologico del mobbing e mano a mano sviluppare una rabbia sana nei confronti della situazione e dei colleghi mobbers. Infine possiamo pensare alla terapia come il luogo dove non solo poter nutrire la propria sicurezza, ma anche mettere a punto strategie di protezione da utilizzare quando si torna in ufficio e valutare se si intende procede sul piano giuridico oppure no.

Depressione

Disturbi alimentari e lock down

Problemi scolastici, ansia, dispersione e ritiro

Mobbing: sintomi e cura

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05 Mag 2019
Stress post traumatico

 

Quando si subisce un evento traumatico?

Quando un evento non è elaborato a causa della drammaticità oggettiva oppure dall’impatto sulla psiche (cioè sull’insieme delle sue credenze e dei suoi ricordi). Non è necessario che la persona sia esposta direttamente, è sufficiente venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un amico o al proprio partner, oppure ascoltare più e più volte la versione cruenta da parte di un terzo. Basta questo per mettere la persona di fronte la morte, o la minaccia di morte, ma anche al pericolo per l’integrità personale.

Cosa succede quando subiamo un trauma?

Dentro di noi avviene un non elaborato, cioè viene a mancare la connessione fra ricordo, pensiero, emozione e reazione fisiologica.

Quando la psiche non è abbastanza “resistente”, oppure quando l’evento assume qualità catastrofiche o percepite come tali, inizierà una serie di sintomi che si attenueranno col tempo, ma fino a un certo punto.

Disturbo da stress post traumatico.

Si parla di DSPT quando questi sintomi permangono per almeno un mese.

L’emozione predominante è la paura.

La vittima continua a rivivere il trauma giorno dopo giorno.

A causa del cortocircuito psico-fisiologico emergono dei sintomi che possono inficiare la qualità della vita anche gravemente:

  • Immagini mentali, pensieri spiacevoli
  • Incubi
  • Flash back: disagio psicologico e reattività fisiologica che possono portare alla perdita della consapevolezza di dove o quando ci si trova. Esso si attiva quando ci si avvicina:
    • a pensieri ed emozioni che ricordano il trauma
    • a situazioni o oggetti o persone che ricordano il trauma
  • Evitamento delle situazioni, degli oggetti o delle persone che ricordano il trauma
  • Soppressione dei ricordi e delle emozioni negative intense legate all’evento tramite uso di sedativi, alcool, droghe oppure la compulsione lavorativa o sessuale
  • Difficoltà ad addormentarsi
  • Difficoltà di concentrazione
  • Iper vigilanza

 

E adesso passiamo alla ferita del sé.

Oltre alla paura possono svilupparsi altri sentimenti negativi, come la rabbia per se stessi, sia che l’evento traumatico sia dipeso dalla persona, sia che essa sia mera vittima degli eventi. Esiste infatti una sindrome denominata “del superstite” che compare nelle persone quando sono le uniche a salvarsi, che porta sentimenti di colpa e di ingiustizia per l’immeritata salvezza rispetto alle altre vittime. Anche la visione degli altri può mutare, a volte per via della difficoltà di relazione che si sviluppano in seguito ai comportamenti di evitanti, a volte per l’invidia che può svilupparsi verso “chi non è stato toccato da un fato vendicativo che ci ha preso di mira”.

Quando la ferita del Sé non riesce a rimarginarsi, la persona può sviluppare un episodio depressivo.

 

La terapia

Al di là della terapia farmacologica che può attenuare i sintomi depressivi e dare respiro nella percezione degli eventi, una psicoterapia può fare moltissimo per risolvere i sintomi e migliorare la qualità della vita.

Di seguito riporto quali passaggi cruciali portano l’elaborazione del trauma in terapia:

  • Provvedere a un luogo sicuro fra paziente e terapeuta che porti gradualmente ad abbassare le difese e la tendenza
  • La presa in carico dei sintomi psicologici con una valutazione delle risorse personali;
  • La narrazione dell’episodio depressivo più e più volte durante il percorso da parte del paziente (questo porta ad arricchire di significati più digeribili l’evento);
  • L’introduzione del trauma come parte della storia del paziente (poiché spesso i pazienti tracciano una linea spartiacque fra la vita prima e quella dopo, e questo non fa che indebolire il senso di identità della persona);
  • L’elaborazione del vissuto tramite l’uso di tecniche sicure come emdr e la mindfulness;
  • Il problem solving “a due teste” su tutti gli ostacoli che il ricordo traumatico pone nella vita della persona.

Nel test dell’albero, un test grafico che viene utilizzato per avere un quadro generale dello sviluppo della personalità, se la persona ha subito un trauma solitamente disegna un tronco con una sorta di buco cavo in mezzo. In seguito alla terapia il disegno non cambia, ma quel buco spesso si riempie di venature e in qualche caso anche di animaletti.

Dopo il percorso terapeutico il trauma, come quel buco, si riempie di significato, accoglie nuove forma di vita e identifica l’albero in mezzo agli altri alberi.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Disturbo_da_stress_post-traumatico

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04 Mag 2019
Dermatite atopica

 

DERMATITE ATOPICA

Ho scelto di lavorare con pazienti affetti da questa malattia, con profonda ammirazione per l’immenso coraggio di chi ne soffre nell’affrontare il quotidiano in questa prigione di dolore.

Inoltre, sebbene essa abbia origini genetiche, presenta anche fattori di mantenimento di tipo psicologico e per noi psicologi rientra nella categoria delle psicosomatosi  in quanto peggiora con lo stress.

Che cos’è la dermatite atopica.

La dermatite atopica è una manifestazione cutanea improvvisa con carattere infiammatorio e doloroso, e comporta una desquamazione che causa un rossore visibile.

Essa compare in infanzia e chi ne soffre è destinato a conviverci sino in vecchiaia anche se, come molte malattie a carattere allergico, tende a calmierarsi con l’età. Se pensiamo però a quanto spesso sia concatenata la dermatite ad altre patologie di tipo allergico, dobbiamo immaginare per chi ne soffre una cartella medica variegata. L’esperienza di malattia si può inoltre palesare improvvisamente e occupare spazi altrimenti dedicati ai propri interessi e alla propria crescita personale.

 

Influenza psiche-corpo nella dermatite atopica.

Sul piano psicologico sembra esserci un collegamento tra questa malattia e un tipo di personalità che per evitare l’abbandono da parte dell’altro evita il conflitto diretto.

Perciò la psiche interviene più volte nell’andamento della dermatite.

Quando non si riesce a tollerare il confronto con l’altro, esso diventa fonte di stress. Quest’ultimo a sua volta farà aumentare la reazione allergica da parte del corpo ed essa farà aumentare lo stato di imbarazzo dovuto al rossore che sottolineerà il disagio di fronte all’interlocutore. Oltre all’arrossamento evidente esiste una serie di situazioni considerate molto imbarazzanti che i pazienti tendono a sabotare precludendosi momenti importanti nella relazione con l’altro. Ad esempio si tende a evitare la vicinanza fisica o l’abbraccio con persone conosciute da poco per paura che le squame “sporchino” i vestiti.

In altri casi invece al contrario si tace sul dolore che può dare un abbraccio nei giorni di maggiore stress per non ferire l’altro: a denti stretti, ingoiando un dolore compagno di vita, ma non per questo più comprensivo.

Psicoterapia con pazienti con dermatite a topica.

Il lavoro con pazienti con dermatite deve intervenire sulla stima di Sé, sull’assertività, ma anche sull’esame di realtà. Per questo oltre la terapia dialettica uso anche tecniche come l’Emdr per abbassare l’attivazione difronte a situazioni sociali stressanti. Inoltre, è molto importante liberare dalla colpa il paziente, perché purtroppo può accadere che egli, proprio perché a conoscenza dell’origine psicosomatica, si accusi di incapacità. Le modalità di intervento sono due: la principale è la psicoterapia individuale ma ritengo molto utile anche la psicoterapia di gruppo, specialmente per il confronto sulla malattia che altrimenti non avverrebbe, poiché come abbiamo visto è molto difficile che chi ne soffre esca allo scoperto dichiarandolo al mondo

Quando penso alla psicoterapia con pazienti affetti da dermatite mi viene in mente una vecchia immagine dove un topolino si guarda allo specchio ma al posto della sua immagine vi è riflesso un leone.

Depressione

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Psicologa per genitori e adolescenti a Ravenna e Bologna 01 Mag 2019
Genitori e adolescenti

 

Ciò che descriverò ora non si applica a tutte le famiglie che vedo, perché ogni famiglia e ogni adolescente ha la sua storia.

Quello di cui sto per parlare è una generalizzazione, ma nasce da una profonda riflessione da psicoterapeuta, fatta assieme ai miei colleghi durante le supervisioni e dai  fatti di cronaca che imperversano sempre più sulle testate giornalistiche.

-genitori e adolescenti-

Come è cambiata la famiglia nel tempo.

In questi ultimi 40 anni la famiglia ha sperimentato livelli di fragilità sempre più profondi.

Se prima i ruoli erano ben definiti dalla società e dai grandi eventi, successivamente, in un clima di possibilismo, la bussola si è persa e con essa anche il senso di identità individuale e famigliare. Certo un tempo la rigidità lasciava ben poco spazio alla creatività personale, però forniva una serie di comportamenti e rituali sui quali si potevano strutturare le personalità dei figli. Oggi questo accade poco, inoltre spesso c’è un eccesso di immedesimazione emotiva da parte del genitore e viene a mancare la distanza sana fra genitore e figlio. Durante l’infanzia si sviluppa un eccessivo allarme per tutti i normali conflitti che il figlio vive con i pari o con gli insegnanti. Perciò il carattere viene determinato più in base alla pressione esterna alla famiglia che a quella interna. Viene a mancare il conflitto funzionale, cioè quella discussione fra genitori e figli, che termina con una costruzione oppure in un’esplosione.

Cosa determina il cambiamento della famiglia sullo sviluppo psicologico del figlio.

Prendiamo il primo caso, la mancanza di conflitto sano. Possiamo immaginare una sorta di colla che appiccica tutti i membri della famiglia e che trattiene qualsiasi movimento. In apparenza va tutto bene, in sostanza nessuno dichiara apertamente quello che pensa, le regole non servono perché tanto bene o male non si oltre passerebbero mai o al contrario si trasgredirebbero sempre.

Questo purtroppo al di fuori della famiglia porta a grandissime difficoltà di tolleranza di tutte quelle situazioni di confronto non solo coi pari, ma anche con gli insegnanti e tutte le figure di riferimento adulte. Purtroppo a volte il disagio viene letto in chiave allarmistica e la famiglia si pone in difensiva nei confronti del mondo esterno,  trasmettendo al figlio che il problema sia più grande di lui.

Prendiamo adesso in considerazione il fenomeno dell’esplosione emotiva.

L’esplosione emotiva è una reazione spropositata di fronte a una discussione in cui non si riesce a controllare la rabbia. Essa si manifesta con urla, agitazione motoria ma anche col pianto, come spesso avviene con le femmine. Per capire come funziona dobbiamo pensare al cervello dell’adolescente e alla sua corteccia prefrontale ancora immatura. Questa particolare regione è deputata alla valutazione delle azioni a lungo termine e quindi responsabile del pensiero che noi mettiamo fra l’impulso e l’azione. Dobbiamo anche sapere che sebbene di per sé l’esplosione emotiva sia poco funzionale, essa è anche una forma di comunicazione in adolescenza e avviene prevalentemente dentro la famiglia. Al suo termine lascia strascichi emotivi negativi, ma in verità è proprio ciò che ruota attorno ad essa che determina il suo potenziale distruttivo.

Esplosione emotiva: come trattarla.

Pensando a questa perturbazione tipica dell’adolescenza, mi viene sempre in mente una mia amica infermiera che durante un colloquio a tutto volume con un utente particolarmente agitato iniziò a rispondere con un tono sempre più basso, fino a quando per forza il suo interlocutore dovette abbassare la voce per sentirla.

Questo esempio è furbo, anche se ovviamente alla lunga poco replicabile, ma trovo che sia il suo principio ad essere molto prezioso: ad ogni situazione possiamo reagire in mille modi diversi.

In psicoterapia ritengo perciò importante capire cosa succede prima e dopo l’esplosione.

Ad esempio prima dell’esplosione: la famiglia ha consentito ad altre forme di comunicazione? I genitori assumono un atteggiamento calmo oppure loro per primi utilizzano l’esplosione emotiva per comunicare?

Ad esempio dopo l’esplosione: c’è possibilità di riparlare di quanto avvenuto? I familiari sono intervenuti reprimendo il comportamento sul momento o successivamente? La famiglia tende a identificare il figlio con le sue esplosioni (ad es: sei fatto così non c’è niente da fare)?

Tutte queste domande e molte altre sono fondamentali per capire quale solco traccerà l’esplosione nell’andamento familiare.

Bisogna in buona sostanza capire cosa fa la famiglia dell’esplosione emotiva, cioè quale cornice gli darà per chiederci se essa sarà la migliore o ci sarebbe stato di meglio.

Ricordiamoci sempre che un brutto quadro con una signora cornice può diventare un oggetto di valore. -genitori e adolescenti-

Quali variabili psicologiche e sociali determinano le esplosioni emotive -genitori e adolescenti-.

Sintetizzare qui le ragioni sottostanti alle esplosioni emotive è impossibile, ma ci tengo a riportare a grandi linee quali sono le massime perturbazioni incontrate da un adolescente di oggi e le sue conseguenze.

  • Mancanza di conflitto sano prima in casa e poi fuori, con i pari.
  • Mancanza dei ruoli definiti all’interno della famiglia e perdita del riconoscimento dei ruoli degli adulti al di fuori di essa: ciò a sua volta causa serie difficoltà di rapporto con i professori, allenatori e adulti in generale.
  • Cattiva gestione delle separazioni e dei divorzi, con accuse reciproche e ghosting da parte del genitore che se ne va.
  • Bullismo e cyber bullismo.
  • Incapacità di tollerare le frustrazioni esterne e riversamento sui genitori della rabbia conseguente.
  • Mercificazione della sessualità, come moneta di scambio sociale.
  • Super investimento nell’immagine di sé.
  • Disprezzo dell’immagine di sé a causa del fallimento nel confronto con le icone social.
  • Uso del corpo per esprimere emozioni tramite:
    • Autolesionismo
    • Anoressia
    • Vigoressia (eccessiva preoccupazione del proprio vigore fisico).
    • Tatuaggi e piercing praticati compulsivamente.
  • Depressione reattiva da:
    • esperienze fallimentari coi pari e con la scuola non elaborate;
    • mancanza di piacere verso la vita in quanto mai conquistata perché essendo tutto concesso dalla famiglia da sempre, perde di valore;
    • conflitto disfunzionale fra i genitori e fra essi e i figli.
  • Utilizzo di sostanze psicoattive, come moneta sociale, ma anche come sedativo emotivo all’ansia di affrontare il mondo, con la fregatura che a lungo termine oltre a provocare cali nella prestazione della memoria, può portare a ridurre drasticamente la produzione della serotonina, per cui :
    • Depressione
    • Irritazione e rabbia
    • Disturbi del sonno ecc..

Prospettive di cambiamento in terapia.

Certo l’adolescente di oggi non nasce fortunato, però c’è un gran margine di lavoro per poterlo aiutare a diventare un adulto più forte. Un percorso articolato che deve avere uno spazio dedicato alla famiglia, per aiutarla a ristabilire una routine sana. Che i ruoli tornino a caposaldo delle interazioni, ma soprattutto che venga riconosciuto il principio di autoregolazione del figlio. Con esso si intende una sorta di equipaggiamento di “sopravvivenza psicologica” che ogni essere umano ha in dotazione e che consente di elaborare autonomamente le esperienze e ad apprendere da esse.

Questo principio è anche il fondante della psicoterapia con l’adolescente, che è prima di tutto una persona.

La presa in carico dell’adolescente comporta la comunicazione con i genitori con sedute una tantum, ma in caso di gravità dei sintomi è necessaria una presa in carico della coppia da parte di un collega in collaborazione, per un percorso più a carattere psico-educativo che accompagni la famiglia nel cambiamento del figlio.

-genitori e adolescenti-

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01 Mag 2019
Vittime di partner narcisisti

 

Ho voluto nominare questa categoria di pazienti, anche se non diagnostica in sé per sé, perché negli anni lavorando con le donne ho constatato con i miei occhi quanto danno può fare una relazione con una personalità narcisistica o peggio, con un narcisista perverso.

La premessa più importante che devo fare è che chi si impegna in una terapia è molto più sano di chi non lo fa nonostante i propri problemi.

Dico questo perché una delle maggiori sensazioni sviluppate in un rapporto con un individuo narcisista è proprio quella di essere matte.

Quando penso in questo caso a una relazione che finisce, e alla mia paziente che si decide a chiuderla, da una parte penso alla salvezza, dall’altra mi viene in mente la scia urticante di una medusa sul braccio: se in acqua sentivamo un lieve formicolio alla pelle solo dopo che saremo usciti dal mare sentiremo il dolore via via sempre più forte e vedremo la ferita sulla nostra pelle. Non è questione di debolezza mentale, ma di un gioco sottostante spesso machiavellico che porta chi lascia (non certo il narcisista) a sentirsi mentalmente in scacco matto. Frequenti sono i ripensamenti, le riprese e di nuovo le chiusure.

Dottoressa Francesca Savarino psicologa a Ravenna e Bologna
Rappresenta il narcisista in terapia

Quali sintomi possono emergere durante e a seguito di una relazione con un narcisista?

I sintomi sono variegati e col tempo debilitanti:

  • Episodi depressivi.
  • Dissonanza cognitiva. Questa parola descrive quando sentiamo emozioni contrastanti rispetto ai pensieri: “sento che lui mi sta tradendo, ma non dovrei, in fondo mi ha chiesto solo di rispettare le tre serate a settimana in cui lui vuole stare da solo senza dovermi dire dove va ”. La sensazione che ne deriva è di non potersi più affidare al proprio buon senso. La dissonanza cognitiva assieme alla difesa strenua da parte del partner porta ai seguenti sintomi.
  • Senso di colpa (devo smettere di chiedergli troppe conferme, ha ragione lui a trattarmi male).
  • Vergogna di sé (così come sono non vado bene, devo cambiare, devo essere più sicura, deve sentire di avere una partner forte quanto lui ).
  • Bassa autostima (ma dove credo di andare in questa storia, sono così mediocre, ne può trovare cento meglio di me)
  • Autoaccusa (sono io che sono troppo insicura, è per questo che non mi vuole più di tanto nella sua vita).
  • Peggioramento dell’Immagine Corporea.
  • Perdita delle relazioni affettive (amici e famiglia), poiché spesso il partner fa terra bruciata attorno per avere più margine di controllo.
  • Sfruttamento economico.

 

Ma andiamo con ordine e vediamo com’è fatto il Disturbo Narcisistico di Personalità.

La prevalenza del sesso maschile in questo disturbo varia fra il 50 e il 75%. Inoltre, secondo il DSM V, è caratterizzato da sentimenti di grandiosità, necessità di ammirazione, mancanza di empatia. Esso si sviluppa entro la prima età adulta, perciò è già visibile in adolescenza, ma in questo particolare periodo è sconsigliabile emettere una diagnosi poiché la potente influenza ormonale sull’umore cessa in età adulta, e certi comportamenti possono rientrare da soli, senza bisogno di una terapia.

Tornando al disturbo narcisistico, chi ne “soffre” si sente speciale e quindi in diritto di chiedere speciali trattamenti di favore, approfittando delle persone vicine per i propri scopi. Inoltre è così invidioso che cerca di demolire l’autostima altrui per smentire i motivi della sua invidia. Ovviamente il suo terreno di gioco è la relazione amorosa, l’unica che in un certo senso può andare in profondità.

Il disturbo narcisistico è l’unico disturbo veramente egosintonico del DSM V, ed è molto difficile che chi ne soffra si rivolga a un terapeuta. Succede solo se a causa del proprio modo di agire si rimane da soli, ma essendo di solito sostenuto da una buona intelligenza tendenzialmente questo non accade, si fa sempre in modo “di rinnovare il parco macchine”, almeno fin quando il fascino regge.

Come funziona la “battuta di caccia” del narcisista.

La scelta ricade su donne emotivamente generose e intellettualmente stimolanti.

Parte così il love bombing, la conquista, la parte più succulenta ma anche il metro con cui il narcisista si misura. Quest’attività è sostenuta dall’accurato ritmo delle parole spese in promesse per il futuro e dalla sopraffina tecnica amatoria. Gli incontri sessuali sembrano quasi guidati dalla telepatia, per quanto ci si sente lette nei desideri. Alla base c’è un lungo apprendimento sul linguaggio del piacere femminile, che viene confuso con una sorta di forma massima di intimità. A breve però si scoprirà come questa va a cozzare con la distanza siderale che il partner metterà sempre più spesso fra loro.

 

Ma come nasce un Disturbo Narcisistico?

Se potessimo tornare indietro nella storia di un narcisista, troveremo un bambino che gioca da solo mentre nell’altra stanza si trova una madre seduta sul divano a fissare il vuoto che improvvisamente si alza, va in cucina e urla infastidita dalla presenza del figlio. Il padre spesso non c’è, ma quando torna non perde occasione per criticare quel bambino. Oppure c’è un altro bambino in un’altra casa a cui la vita va esattamente al contrario: salta sul divano con le scarpe e i genitori applaudono. Sa che può fare qualsiasi cosa perché tutto gli è dovuto, perché lui è ancora più grande dei suoi genitori. È in quella famiglia che lui impara a manipolare, prima i genitori che gli mostrano mansueti il collo su cui mordere e poi il mondo esterno.

Incredibile come due scenari così contrapposti possano dare origine allo stesso disturbo!

Il sostegno psicologico per proteggersi e ricostruire “dopo il bombardamento”.

Il mio aiuto a queste donne consiste in un affiancamento durante la storia, nella psico-educazione su come “funziona” una relazione di questo genere, focus sulle proprie risorse interne, confronto con le proprie figure genitoriali in infanzia, distinguo fra queste relazioni passate e quella con il partner per cui si soffre. È inoltre necessario (se la relazione non è pericolosa sul piano fisico) lasciare che la persona faccia tutta l’esperienza che serve per avere un quadro della situazione più dettagliato possibile. Poi solitamente la si lascia andare insegnandole a non cadere in altre “trappole narcisistiche”.

Per quanto sia perturbante il comportamento di un individuo narcisista, in verità è estremamente prevedibile. Quando penso a una relazione di questo tipo mi vengono in mente due figurine che si incontrano al gong di un orologio a cucù. Fin quando entrambe saranno presenti il balletto sarà sempre lo stesso, ma quando una delle due non comparirà più sulla scena, quello a cui assisteremo sarà una sorta di coreografia scomposta.

Depressione

Stress post traumatico

 

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Cura della depressione Psicologa Ravenna Bologna Dott. Savarino 01 Mag 2019
Disturbo Disforico Premestruale

DISTURBO DISFORICO PREMESTRUALE

Il disturbo disforico premestrual fino a poco tempo fa era considerato una sorta di leggenda metropolitana, sostenuta dal fatto che i primi studi riportavano percentuali significative bassissime fra le donne, forse per la scarsa divulgazione della diagnosi, oppure per la tendenza tutta al femminile a normalizzare la sofferenza come inevitabile fenomeno del ciclo di vita. Nella penultima edizione del Diagnostic Statistic Manual V questo disturbo è enumerato fra i disturbi depressivi, il che ci dice molto dell’incidenza del Disturbo Disforico Premestruale o DDPM nella qualità della vita delle donne.

Ma vediamo da vicino di cosa si tratta.

Per DPPM intendo una costellazione di sintomi presenti nel periodo precedente l’inizio del ciclo come ad esempio:

  • Depressione
  • Irritabilità
  • Rabbia
  • Labilità affettiva
  • Ritenzione idrica
  • Dolore muscolare
  • Difficoltà di concentrazione
  • Variazione dell’appetito e del sonno
  • Diminuzione degli interessi
  • Letargia

 

Almeno 5 di questi devono essere presenti e non deve mancare uno o più dei sintomi umorali.

Nella mia esperienza, l’80% circa delle pazienti con depressione portavano un aggravamento dei sintomi in fase premestruale, ma solo 2 pazienti su 10 nonostante sapessero di cosa si trattasse erano consapevoli di soffrirne.

Il disturbo disforico premestruale può attenuarsi molto, e in alcuni casi scomparire, tramite la psicoterapia grazie a diversi strumenti messi a punto nel tempo:

  • Psico-educazione sul DDPM (cos’è, come funziona, quali integratori utili)
  • Monitoraggio sui cicli mestruali
  • Monitoraggio e rielaborazione dei pensieri disfunzionali
  • Presentazione del modello cognitivo su come funziona l’ansia e la depressione in DPPS
  • Collaborazione col ginecologo di riferimento

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Psicoterapia per il binge eating Dottoressa Savarino a Ravenna e Bologna 01 Mag 2019
Binge Eating

 

BINGE EATING

Il binge eating disorder (BED), o disturbo dell’alimentazione incontrollata, è molto simile alla bulimia, ma non presenta le condotte compensatorie.

Il sintomo prevalente è l’abbuffata, che deve comparire almeno una volta la settimana per 3 mesi. Rispetto agli altri disturbi della nutrizione è molto più diffuso fra i maschi (circa il 40% della popolazione totale).

Secondo il DSM V l’abbuffata è un’ingestione di cibo in un determinato periodo di tempo la cui quantità supera quella che la maggior parte degli individui ingerirebbero nello stesso tempo.

Un po’ complicato come concetto ma migliore delle definizioni presenti che lasciavano all’individuo la propria personale definizione di abbuffata (Russel, 1979).

Inoltre come accade spesso in Bulimia, essa  è caratterizzata dalla solitudine e porta a sentimenti di perdita di controllo e vergogna e solitamente avviene fuori pasto, con cibo caratterizzato da basso valore nutritivo ma alto tasso calorico. A differenza della Bulimia, dove le abbuffate peggiorano a seguito dalle restrizioni caloriche, nel BED questo fenomeno non esiste: dieta o meno ci si abbuffa lo stesso.

Il risultato è un Indice di massa corporea BMI preoccupante che porta a un problema fisico ad alto indice di mortalità: l’obesità.

Ma cosa succede nella psiche di chi ha un BED?

È stato osservato come chi soffre di questo disturbo mostra un tipica  personalità organizzata sulle seguenti dinamiche:

  • Paura delle critiche
  • Incapacità di gestire le frustrazioni
  • Tendenza a rifugiarsi in fantasie irrealizzabili
  • Visione di sé in bianco e nero: o si è bravissimi o falliti
  • Negazione del pericolo di morte

 

Questa tipologia di personalità deve poi fare i conti con gli inconvenienti della vita che la porteranno a sviluppare il BED.

I fattori che mantengono il disturbo e ostacolano la guarigione sono:

  • I commenti negativi della gente sull’aspetto fisico.
  • Le dinamiche familiari e di coppia.
  • La presenza di altri disturbi alimentari o obesità all’interno del nucleo familiare.

 

Inoltre il corpo così ingombrante spesso rappresenta una difesa dall’altro, ma anche un modo per mantenere la relazione coi propri familiari, più simile a quella fra bambino e genitori.

Il lavoro con il paziente BED deve necessariamente avvalersi di una collaborazione con un nutrizionista che monitori e suggerisca strategie alimentari alternative. Inoltre, come in Bulimia è necessaria una presa d’atto delle emozioni che sottendono l’alimentazione.

 

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01 Mag 2019
Disturbo ossessivo compulsivo

DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Si tratta di un disturbo che riguarda ossessioni e a volte anche compulsioni.

Parliamo di ossessioni quando ci troviamo regolarmente a fare pensieri intrusivi su improbabili e future minacce che in quel momento avvertiamo come reali. Queste minacce appaiono sotto forma di scene mentali caratterizzate da veri e propri discorsi interni.

Per compulsioni invece intendiamo una serie ripetuta di agiti di cui non riusciamo a fare a meno, perché in profondità servono a scaricare la tensione interna. Quello che però si percepisce è che se non metteremo in atto quel determinato comportamento le cose andranno irrimediabilmente male. In pratica è come avere una sorta di colonnello che comanda anche se non c’è nessuna guerra e finché non eseguiamo i suoi compiti questo continuerà a minacciare punizioni sempre più spaventose.

Il pensiero ossessivo

Questo fenomeno è presente nell’arco della giornata per almeno un’ora, anche se spesso occupa molto più spazio fino a diventare invalidante per la qualità della vita della persona. Essendo inoltre i pensieri ossessivi sempre carichi di ansia, possiamo immaginare quanto possa essere stremante la vita per una persona che ne soffre.

Ecco di seguito una forma estrema di pensiero ossessivo:

“Se non controllerai 10 volte la manopola del gas, non solo esploderà il tuo appartamento ma anche tutto il palazzo e tu sarai responsabile anche della morte dei tuoi vicini”.

È interessante notare che se nel Disturbo di Personalità Dipendente si elude qualsiasi responsabilità, in questo caso ci si carica sulle spalle tutta la responsabilità possibile. Volendo trovare un’immagine rappresentativa nella storia dell’arte, sceglierei quella dell’Atlante di Palazzo Farnese a Roma, che nello sforzo di sorreggere il mondo deve flettere la testa, e quindi avere una visione di ciò che lo circonda abbastanza precaria.

A un certo punto, come nel Disturbo Ossessivo Compulsivo non curato, l’idea dominante è di essere schiacciati dal problema, di non avere nessuna possibilità che la vita cambi, e questo a sua volta può portare a una seconda diagnosi di depressione.

 

Psicoterapia nel Disturbo Ossessivo Compulsivo

Nella psicoterapia per il Disturbo Ossessivo Compulsivo è importante all’inizio lavorare più e più volte sulle aspettative temporali di guarigione.

È importante, perché se da una parte si arriva in terapia con una visione semidesertica sulla possibilità di farcela, paradossalmente a questo disturbo sottende un pensiero perfezionistico (che probabilmente appartiene a quel famoso piccolo colonnello di cui sopra), che pretende risultati completi e subito.

In pratica possiamo sintetizzare questa dinamica con “non posso guarire ma devo guarire il prima possibile”.

Successivamente utilizzo assieme al cliente una serie di strumenti:

– l’approccio psicodinamico per lavorare sui significati latenti delle ossessioni, che sulle persone possono davvero risultare come incubi  ad occhi aperti i cui contenuti  (bizzarri, sessuali, violenti o”amorali”) spesso spaventano o vengono visti come prova della propria pazzia.

– le tecniche di desensibilizzazione come EMDR o il DBR In approccio Mindfullness.

Anche in questo caso l’uso di psicofarmaci può rappresentare un coadiuvante molto valido.

 

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